La chiesetta dei Santi Faustino e Giovita e uno strano graffito

di Carlo Radollovich

Ci troviamo in una zona periferica di Milano e precisamente in via Amadeo (zona Ortica). Ci sorprende una piccola chiesa dedicata ai Santi Faustino e Giovita, due martiri militari cristiani, decapitati nell’anno 134 sotto Adriano per non aver voluto sacrificare agli dei un paio di giovani.

Il tempio si presenta di dimensioni assai ridotte, se si pensa che la sua lunghezza è di soli venti metri e la larghezza di otto. Eretto nel 1190 fu in pratica ricostruito ex novo nel 1520. L’interno dispone di una sola navata con volta a botte e vi si notano lunette e riquadri di gusto barocco e ciò fa presupporre che queste opere siano state effettuate solo nel XIX secolo.

Notevoli gli affreschi cinquecenteschi di scuola leonardesca. Due le cappelle: una dedicata a San Giuseppe e l’altra alla Madonna delle Grazie. Nella prima si osservano preziosi stucchi e caratteristiche tele, dipinte dopo che il morbo pestilenziale aveva lasciato la città (1630). Nella seconda, si trova un affresco duecentesco che raffigura la Madonna con il Bambino. Il presbitero mette in evidenza un’elegante pavimentazione in marmo botticino mentre nell’abside è stato collocato (1800) un gruppo ligneo e spicca la Madonna del Rosario.

Quando Federico Barbarossa mise a ferro e fuoco Milano (1162), i milanesi di Porta Orientale (oggi Porta Venezia) vennero esiliati dall’imperatore in alcuni borghi vicini alla chiesetta. Qui i cittadini chiesero alla Vergine (1182) la grazia di poter rientrare in città. E dopo la pace di Costanza, nel 1183, il Barbarossa riconobbe l’autonomia comunale della nostra città, cosicché essi poterono fare ritorno entro le mura. Per questo motivo, la chiesa dei Santi Faustino e Giovita fu anche denominata “Madonna delle Grazie”.

A proposito della Madonna delle Grazie, quando nel 1979 fu rimosso l’affresco dedicato a Maria per un opportuno restauro, venne alla luce uno stranissimo graffito con un testo apparentemente incomprensibile (vedi foto). Solo dopo alcuni anni le scritte si rivelarono essere una preghiera e cioè “Haec praecatio est anno MCL XXXII 12 mensis aprilis ut clementiam dei teneamus” (Questa supplica è del 12 del mese di aprile 1182 affinché la clemenza divina ci sostenga). Il graffito indica tra l’altro la buona pescosità del fiume Lambro (vedi l’anguilla che esce dalla bocca dell’uomo) e la possibilità di cacciare anatre selvatiche (primo disegno in basso a sinistra).

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