LA BASILICA DI SAN CALIMERO E LA CRIPTA CINQUECENTESCA

di Carlo Radollovich

La chiesa di San Calimero, situata nella via omonima, risale al quinto secolo e si ritiene che sia stata edificata sulle rovine di un tempio dedicato ad Apollo. Radicalmente restaurata nel 1882 dall’architetto Angelo Colla, oggi si presenta in perfetto stile neoromanico, con una facciata in cotto.

Sotto tre ampie finestre della facciata stessa, appaiono tre eleganti portali e sulla lunetta del portale maggiore spicca la figura di San Calimero, quarto vescovo di Milano.

Ai lati dell’altare maggiore vi sono due cancelletti che conducono a quel gioiello di realizzazione che è la cripta del Cinquecento, interamente affrescata dai Fiammenghini (i fratelli Della Rovere), pittori assai attivi in Milano tra il XVI e il XVII secolo. La cripta, voluta dall’arcivescovo Tomaso,venne rivisitata dallo stesso nell’anno 780. Egli fu rattristato nell’osservare che l’acqua era qui penetrata abbondantemente, episodio tutt’altro che eccezionale scendendo nei sotterranei della nostra città poiché molti canali scorrevano nel sottosuolo e dunque il fenomeno non avrebbe dovuto sorprendere più di tanto. Ma l’arcivescovo decise di far subito defluire l’acqua e allo scopo ordinò la costruzione di un apposito pozzo.

Solo più avanti negli anni nacque la leggenda, priva di qualsiasi riscontro storico, secondo la quale Calimero venne martirizzato e poi gettato nel pozzo. Malgrado non si sia trovata conferma del suo martirio, risulta da più fonti che egli fu molto amato dai suoi fedeli tanto che gli stessi, per onorare la sua memoria, fecero costruire la chiesa dedicata al santo.

Sorse un’altra credenza e cioè che le acque del pozzo fossero miracolose. Per questo motivo, il 31 luglio, festa di San Calimero, si usava far bere l’acqua del pozzo agli ammalati e agli invalidi per aiutarli a guarire quanto prima. Va inoltre ricordato che, in periodi di grande siccità, i parroci usavano prelevare secchi d’acqua dal pozzo durante la celebrazione delle messe per poi versarla sul sagrato, confidando nell’utilità di questo gesto propiziatorio.

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