MA C’È BISOGNO DI UNA SENTENZA?

di Donatella Swift

I giudici della Cassazione hanno stabilito che se un genitore denigra un insegnante dovrà risarcirla in solido dei danni morali e materiali.

La sentenza, le cui motivazioni sono state rese note in questi giorni, risale all’aprile di quest’anno, quando una maestra aveva denunciato di essere finita nel mirino di un genitore di un suo alunno, che in breve tempo era riuscito a tirare dalla sua parte anche altri genitori, con la conseguenza di una campagna denigratoria in seguito alla quale la maestra, definita ad un certo punto anche “mostro”, era stata costretta a sottoporsi a visita psichiatrica ed ad un procedimento disciplinare per maltrattamenti e lesioni, in entrambe i casi la donna uscì indenne. Se consideriamo la notizia in sé sicuramente ci sarebbe da festeggiare; ma il punto è che una domanda a questo punto sorge spontanea: “c’era bisogno della sentenza della Cassazione per arrivare a questo riconoscimento che ai più risulta la conferma di una cosa ovvia?” Del resto le aggressioni verbali nei confronti del corpo docente sembrano essere ormai all’ordine del giorno: è di queste settimane la notizia che in Sicilia il padre di un ragazzino era addirittura evaso dagli arresti domiciliari per andare a scuola e avere un chiarimento con l’insegnante che “aveva osato” rimproverarlo e mettergli una nota sul registro visto che nonostante i continui richiami il ragazzo non voleva saperne di smettere di disturbare la lezione. Il padre dunque si è recato nell’istituto del figlio ed ha sferrato un pugno al professore che stava parlando con il nonno del ragazzo, che evidentemente era stato assai solerte nel chiamare rinforzi da casa. I giudici della terza sezione civile hanno pertanto stabilito che, sulla base delle prove acquisite, è impossibile ignorare “il preoccupante clima di intolleranza e di violenza, non solo verbale, nel quale vivono oggi coloro cui è demandato il processo educativo e formativo delle giovani e giovanissime generazioni”.

La Cassazione pertanto ritiene che il danno c’è e va liquidato tenendo conto del “grave e duraturo sentimento sul piano emotivo e relazionale di disistima, di vergogna e di sofferenza del soggetto leso”.

Resta sempre il fatto che molti genitori tendono a farsi amici dei propri figli, e così facendo fanno il loro male perché non solo non li aiutano a crescere, ma con il passare del tempo finiscono con il perdere la propria autorità genitoriale.

 

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