Ver Sacrum, la rivista degli artisti della Secessione viennese

di Ugo Perugini

E’ uscito per i tipi della Skira Editore il volume Ver sacrum, di Valerio Terraroli, che in 224 pagine raccoglie le copertine più innovative e una ampia antologia di xilografie, litografie e calcografie apparse sull’omonimo  periodico ideato da Gustav Klimt, Max Kurzweil e Ludvig Hevesi.

La rivista, fondata nel 1898 a Vienna, durò solo sei anni poi venne chiusa per fallimento, ma possiamo dire che fu la prima rivista d’arte moderna e una tribuna importante per tutti gli artisti della Secessione viennese, che aspiravano a un cambiamento radicale, rinunciando al vecchio mondo che incarnava la Vienna imperiale e volevano guardare all’Europa e ai movimenti artistici che la animavano. Lo stesso titolo Ver Sacrum, come l’antico rito italico con il quale ogni anno venivano consacrate alle divinità le nuove generazioni,  quasi un inno alla giovinezza, lo sta a dimostrare.

I segnali c’erano già stati. Pensiamo alla Mostra a Berlino di Edvard Munch nel 1892 che fece scandalo e venne  chiusa d’autorità – le sue opere furono giudicate impudiche, volgari e soprattutto “non finite” – e l’ascesa di Franz von Stuck, simbolista-espressionista, che nello stesso anno fonderà, insieme ad altri artisti, il movimento modernista della Secessione a Monaco.

Educare il pubblico al gusto moderno

Klimt sentiva la necessità di cambiare, di abbandonare un mondo vecchio, una tradizione ottocentesca che sembrava esaurita, di aprire le porte a idee nuove e di divulgarle attraverso una rivista che fosse prima di tutto uno strumento didattico, con testi sintetici, comprensibili, articolati su diversi settori, non solo arte ma anche letteratura, musica, architettura, filosofia, ecc., ricca di illustrazioni, in grado di educare le persone al gusto moderno.

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Ma la rivista, nei suoi intendimenti, doveva anche essere essa stessa un’opera d’arte totale, secondo il principio della Gesamtkunstwerk, che aspirava a creare una mistica coincidenza di tutte le espressioni artistiche, un codice universale in grado di spaziare tra i diversi sensi,  legando sensazioni tattili, acustiche, olfattive, sonore, immagini e sapori.

Dal 1898 al 1903: sei anni di invenzioni

La rivista non può certo definirsi monolitica quanto a idee e collaborazioni, vista l’eterogeneità dei protagonisti. La si può definire un “work in progress” in cui anno per anno cambiavano redattori, collaboratori, ma anche strategie editoriali. Dopo un iniziale atteggiamento di fronda verso l’establishment, anche a causa dello scarso riscontro da parte del pubblico, si decise di portare avanti idee più popolari.

Si realizzarono a questo proposito i famosi calendari, una vera e propria operazione di mercato, anche se all’interno del periodico continuarono ad essere pubblicati contributi di qualità come le monografie su Dante e sul David di Michelangelo. E’ bene chiarire, peraltro, che la storia antica e i grandi del passato per questi artisti rappresentavano un bacino di idee, di suggestioni (pensiamo alla Dea Atena, alla Tauromachia), ne apprezzavano la grandezza, ma non li prendevano a modello  assoluto.

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Tra i fondatori della rivista, il più autorevole nella sua gestione fu indubbiamente Ludwig Hevesi. Suo il motto che contiene i principi del movimento secessionista “Ad ogni tempo la sua arte, all’arte la sua libertà” (Der Zeit ihre Kunst / der Kunst ihre Freiheit), apposto sulla trabeazione del Palazzo della Secessione a Vienna, edificio nato proprio per celebrare l’idea di arte totale, ricco di simboli, elementi floreali, zoomorfi, astratti; decori non intesi come superfetazioni ma come organici all’architettura, alla stessa stregua delle immagini che si trovano all’interno della rivista “Ver Sacrum”.

La pluralità di contenuti

Tra i collaboratori di Ver Sacrum, da ricordare anche Charles Rennie Mackintosh, architetto, designer e pittore, che creò il gruppo “The Four” e sperimentò idee innovative, realizzando uno stile proprio, fino a progettare e realizzare lavori architettonici che erano vere e proprie opere d’arte totale, nelle quali l’aspetto progettuale  e decorativo riuscivano a fondersi in modo equilibrato.

Sulla rivista vennero accolte esperienze e invenzioni diverse, fusioni tra parole, immagini e note musicali, e spicca il gusto ornamentale con il quale vengono incernierati i testi, alla stregua di antichi manoscritti medioevali, o la composizione ritmica in quadrati (lo stilema della rivista), come negli spartiti musicali di Strauss.

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Nel 1903 Ver Sacrum chiuse le pubblicazioni. L’alto costo della rivista, la scarsa adesione da parte del pubblico, la difficoltà di raggiungere il pareggio di bilancio decisero per la sua fine. Klimt, carattere forte e vanitoso, si staccò dalla Secessione e fondò un gruppo con il suo nome. Il clima nel frattempo era cambiato, altre sollecitazioni stavano arrivando: ad esempio, il genio più “maudit” di Schiele, iconoclasta per eccellenza, e Kokoschka, con il suo  gusto per lo scandalo.

La rivista Ver Sacrum così come la ripropone Skira, con oltre 450 immagini, splendidamente riprodotte, offre uno spaccato vivo di un momento storico ricco di grandi invenzioni non solo grafiche, supportato da un linguaggio raffinato e originale, che caratterizza il fenomeno stesso della secessione, quasi caposaldo della modernità dell’arte europea.

 

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