LE TERRIBILI ESECUZIONI IN PIAZZA VETRA

di Carlo Radollovich

Piazza Vetra, durante il Medio Evo, fu luogo di crudeli esecuzioni capitali che menzioneremo in breve più avanti.

In questa area si trovavano, ai tempi di Roma, alcuni accampamenti militari (Castra Vetera), i cui uomini avevano essenzialmente il compito di difendere il palazzo imperiale. Ma il nome “Vetra” ricorda anche il canale che lambiva il lato nord della piazza stessa, ossia il corso d’acqua Vetera.

Qui avevano luogo le esecuzioni ordinate dal Tribunale dell’Inquisizione (che era ubicato in corso di Porta Ticinese) e venivano arse vive le “streghe” o le persone condannate per eresia.

La caccia alle maghe e alle fattucchiere iniziò ufficialmente, si fa per dire, con la Bolla papale di Giovanni XXII “Super illius specula” e il primo personaggio condannato a morte fu il “pubblico negromante” Gaspare Grassi. Essendo tuttavia di stirpe nobile, egli non venne arso vivo, ma decapitato al Broletto, in piazza Mercanti.

Nel 1390, l’inquisitore Beltramino di Cernuscullu non si lasciò sfuggire la condanna di Sibilia Zanni, accusata di magia nera e di stregoneria e poi processata e bruciata in piazza Vetra.  Nel 1471, Galeazzo Maria Sforza, duca di Milano, assistette all’esecuzione di Caterina de Pilli.

Si proseguì purtroppo con altre condanne sino alla nomina di Carlo Borromeo ad arcivescovo di Milano. La “sua” prima vittima fu Domenica di Scappi, accusata di sortilegio e di maleficio. Il Santo si espresse anche a favore della stroncatura di altre otto streghe, ma il Senato si oppose.

Anche alla presenza di Federico Borromeo, successore di Carlo, non si volle spegnere i roghi. Infatti, nel marzo del 1617, venne bruciata, tra le altre, la domestica Caterina de Medici, accusata di aver tentato di avvelenare il senatore Luigi Melzi d’Eril.

Il caso più eclatante riguardò tuttavia il povero barbiere Gian Giacomo Mora, accusato ingiustamente di aver diffuso la peste in città nel 1630, essendo stato ritenuto un “untore”.

Riabilitato soltanto due secoli dopo, gli fu dedicata,  nel 1868, la via in cui si trovava la sua bottega, mentre nel 2005, nello spazio occupato a suo tempo dalla ben nota “colonna infame”, lo scultore Ruggero Menegon collocò una sorta di artistico cippo che mette in luce un curioso gioco d’effetti tra spazi vuoti e pieni.  Peccato che l’opera, posta sotto un portico angolare, risulti scarsamente visibile.

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