La Legionella: un batterio “giovane”, una problematica seria

di U.P.

Proseguiamo con la pubblicazione degli articoli dell’Ing. Francesco Fascì, esperto dell’Arcobaleno Servizi Ambientali. In questo intervento si affronterà la possibile presenza nelle nostre case del batterio della Legionella.

Dietro un termine gentile, quasi leggiadro, “Legionella”, si nasconde purtroppo una famiglia molto numerosa di batteri, alcuni dei quali potenzialmente letali per l’uomo. In effetti, nel termine generico di “Legionella” si raggruppano moltissime “famiglie” dello stesso batterio, circa 50 specie, riconducibili a oltre 70 sierotipi. Essendo presenti in natura ovunque, anche nelle nostre case, è una fortuna che non tutti siano pericolosi per l’uomo! Le evidenze epidemiologiche ad oggi dimostrano che quello più pericoloso è la cosiddetta “Legionella pneumophila”.

La scoperta del batterio

Nel 1976, degli oltre 4000 partecipanti a un raduno di ex legionari americani che si teneva in un albergo di Filadelfia ben 221 risultarono colpiti da un strana forma di polmonite, con febbre molto alta, che però risultava molto diversa da quelle fino ad allora conosciuta. Purtroppo, ben 34 reduci morirono prima che si comprendesse che si trattava di un contagio dovuto a un “nuovo” batterio che venne isolato successivamente all’interno dell’impianto di condizionamento dell’hotel: di qui il nome di “Legionella”.

La copertina del Time dopo la scoperta del batterio killer
La copertina del Time dopo la scoperta del batterio killer

Come ci si può contagiare con questo batterio?

Il contagio può avvenire solamente per via respiratoria, attraverso l’inalazione e/o aspirazione di aerosol (gocce microscopiche di vapor d’acqua) contaminato dal batterio: più piccole sono le gocce di aerosol contaminate e maggiore è la probabilità di essere contagiati.

Ad oggi non conosciamo la “dose minima” di inalazione, ma sappiamo che la malattia non è contagiosa, non si trasmette da persona a persona né la contaminazione avviene bevendo acqua che lo contiene.

Quali sono le implicazioni per la salute umana?legionella_pneumonia

Attualmente, si conoscono due tipi di malattia, riconducibili al contagio da Legionella:

  • la “Febbre di Pontiac”, una forma influenzale che, qualora affrontata in tempo, non richiede particolari interventi per la guarigione;
  • laMalattia del Legionario” (o “Legionellosi”), simile a polmonite atipica, con un periodo di incubazione ampio (si può arrivare anche a 10 giorni. Se si interviene in tempo con antibiotici, il decorso è normalmente positivo.

Perché si parla sempre di più di “rischio da legionella”?

Questo batterio, sostanzialmente sconosciuto fino a qualche decennio fa, è diventato oggi tristemente famoso, in quanto normalmente presente negli ambienti acquatici naturali e artificiali (lo si trova facilmente in acque sorgive, comprese quelle termali, nei fiumi, nei laghi, ecc.), ed è sempre molto facile che, da questi ambienti, il batterio possa raggiungere le reti di distribuzione, fino ad arrivare agli impianti idrici degli edifici in cui abitiamo.

I punti critici, dove il batterio si può depositare, sono perciò serbatoi, tubature, fontane, piscine, rubinetteria, soffioni delle docce, impianti di raffrescamento, ecc…

biofilm-20170913012650774

In tale ottica, è quindi importante sapere che il batterio della Legionella:

  • predilige la presenza di acque stagnanti;
  • è molto sensibile alla temperatura.

In particolare, pare ormai assodato che:

  • ad una temperatura inferiore ai 20 °C esso non prolifera, ma comunque sopravvive in condizioni di stasi;
  • l’intervallo di temperatura compreso tra i 20 ed i 50 °C rappresenta l’optimum per la sua proliferazione;
  • oltre i 50 °C il batterio comincia a “soffrire”, sopravvivendo solamente per un tempo limitato);
  • portare la temperatura del liquido oltre i 70 °C può essere uno dei metodi per la cosiddetta “disinfezione termica”. Soluzione semplice ma difficilmente praticabile.

L’importanza del monitoraggio preventivo

E’ difficile disporre di un modello metodologico univoco per affrontare il problema. Sono state emanate specifiche “Linee Guida”, orientative ed indicative per gli interventi sugli impianti, per il loro monitoraggio ed eventuale bonifica.

Nelle ultime “Linee guida per la prevenzione ed il controllo della legionellosi”, approvate in Conferenza Stato-Regioni nella seduta del 7 maggio 2015, vi sono indicazioni molto utili sul controllo del rischio di “legionellosi, con l’indicazione di tre fasi sequenziali correlate tra loro:

  • Valutazione del rischio: indagine che individua le specificità della struttura e degli impianti in essa esercitati, per le quali si possono realizzare condizioni che collegano la presenza effettiva o potenziale di Legionella negli impianti alla possibilità di contrarre l’infezione.
  • Gestione del rischio: tutti gli interventi e le procedure volte a rimuovere definitivamente o a contenere costantemente le criticità individuate nella fase precedente.
  • Comunicazione del rischio: tutte le azioni finalizzate a informare, formare, sensibilizzare i soggetti interessati dal rischio potenziale (gestori degli impianti, personale addetto al controllo, esposti, ecc.).

Una volta definita questa parte, occorre però attuarla, passando al monitoraggio periodico dell’impianto idrico della struttura, da attuarsi almeno due volte l’anno, mediante prelievo di campioni d’acqua da sottoporre ad analisi di laboratorio.

L’ideale sarebbe, quindi, monitorare periodicamente la rete idrica, alla ricerca del batterio della “Legionella”: ma se tale opzione, per un’abitazione civile, appare difficile da attuare, essa diventa l’unica percorribile nel caso di Aziende. Il cosiddetto “Testo Unico per la Sicurezza”, infatti, impone precisi adempimenti, in capo al Datore di Lavoro, che è responsabile tra l’altro anche della salubrità dei luoghi della sua azienda, oltre che per i Dipendenti, anche per gli Ospiti che con la stessa interagiscono.

Intervento di bonifica della rete idrica

Se è stata rilevata presenza di “Legionella”, non è semplice né immediato procedere all’operazione di bonifica anche perché la normativa di settore non sempre aiuta. E’ evidente però che le tipologie d’intervento da attuarsi, sono in funzione delle concentrazioni di “legionella” riscontrate, come previsto da una specifica tabella.

Senza entrare nel merito delle varie e complesse operazioni di bonifica, da attuarsi a cura di Aziende specializzate e, se richiesto, in contraddittorio con i Tecnici del Dipartimento ATS (ex ASL) competente per territorio, occorre che la Proprietà dello stabile metta in atto, dal momento del riscontro della presenza di contaminazione da “legionella”, alcune misure precauzionali, quali:

  • limitare, per quanto possibile, l’uso della rete idrica con particolare riguardo nei punti contaminati;
  • qualora necessario l’uso, far scorrere comunque, preventivamente ed a lungo, l’acqua negli stessi;
  • provvedere a trattare con prodotti decalcificanti, di normale uso domestico, i soffioni e le parti rimovibili della rete idrica (rubinetteria, riduttori di flusso, ecc…).

Per semplificare al massimo, un intervento-tipo di bonifica da “legionella” prevede la saturazione della rete idrica con una soluzione con concentrazione di “Cloro libero” come da “linee guida”, che deve permanere nei condotti (“tempo di contatto”) per oltre due ore e trenta minuti. Al termine delle operazioni, si provvede a prelevare, campioni d’acqua “post intervento”, per verificare che le colonie del batterio, grazie all’azione biocida del cloro, siano definitivamente debellate. Naturalmente, questo non basta: saranno necessari altri ricampionamenti (con la tempistica dettata sempre dalle “linee guida” nazionali), che garantiscano l’efficacia della bonifica attuata.

Pur non essendoci particolari e specifici riferimenti normativi richiesti ai Soggetti preposti alla bonifica, stante la delicatezza e l’importanza delle prestazioni professionali di cui si tratta, è parere dello scrivente che sia preferibile affidarsi a:

  • azienda che aderisca al protocollo internazionale “NADCA®”, e quindi possa dimostrare di avere in organico la Figura dell’ “A.S.C.S.” (“Air Systems Cleaning Specialist”) certificazione rilasciata, in tal senso, dalla citata “NADCA®” al riscontro del superamento di specifici corsi di formazione;
  • laboratori d’analisi in possesso dei requisiti di cui al dei requisiti stabiliti dalla Gazzetta Ufficiale n° 29 del 05/02/2005.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *