Art Studio 38: le sculture di Florine Offergelt

di U.P.

Il titolo della Mostra visibile all’Hotel 38 di via Canonica, 38, è indubbiamente ottimistico: “I have a dream“. Le opere di Florine Offergelt che espone fino al 30 marzo, e che domani sera invita il pubblico al vernissage (ore 18 e 30) sono tuttavia a dir poco problematiche.

C’è qualcosa di primordiale e inaspettato nelle sue sculture, sia nelle maschere “che si affacciano” verso di noi da un’altra dimensione, nasi e labbra che sporgono da una superficie, o piccole sculture di uomini e donne dalle grandi mani e dai grandi piedi ben piantati sulla terra, sotto una sfera che galleggia sulla loro testa.

Nasi e bocche, simboli di due sensi, odorato e gusto, primitivi e limitati mezzi di conoscenza, sono sineddoche grottesca di un viso frammentato, superstiti di fronte alla scomparsa di occhi e orecchie, rimasti dall’altra parte della superficie. Usurati da una società che li ha voluti primari, ma che ormai non sembrano più in grado di svolgere il loro compito, immersi come sono in una “babele” assolutamente incomprensibile di senso.

Visi curiosi, ciechi e sordi, che cercano di fare ingresso in una dimensione che non è la loro. Timide parvenze, inquiete come falene accecate, che sbattono frenetiche contro il muro della realtà che l’artista ha predisposto per catturarle, forse con spirito crudele e non celato sadismo, fissate ab aeterno senza poter uscire da una dimensione che è solo prigionia, intrappolamento.

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Nonostante i colori vividi in cui l’Artista ne rapprende le fattezze, rossi, blu, verdi, ocra, ecc. questi esseri di cui vediamo un pezzo di viso, il naso e la bocca, appaiono anonimi e senza anima. Spesso un naso affiora da una sfera, quasi che l’Artista voglia rendere concreto il bisogno autonomo di respirare, di sopravvivere della materia stessa.

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C’è l’ironia, indubbiamente, uno sguardo paradossale, ma anche un senso di tristezza. Non abbiamo il conforto di poter vedere gli occhi in questi frammenti di maschere. Ci direbbero qualcosa perché gli occhi sono  lo specchio dell’anima. Sembrano, più che altro, ricordi incasellati in una memoria non selettiva, dove gli altri appaiono tutti uguali, pur nei loro diversi colori, nei loro vari atteggiamenti sfrontati, avendo conservato solo funzioni passive, fumare o al massimo la voglia di deriderci, mostrando la loro lingua irriverente.

Ma è proprio così? In questo caso ci torna alla mente Feuerbach, il filosofo che pensava che l’uomo è ciò che mangia. Olfatto e gusto sono stati rivalutati nella sua ricerca. Non è vero che il naso, e l’olfatto quindi, sia un senso di degradante animalità e che svolga funzioni passive e umilianti, dice il pensatore tedesco. E anche Nietzsche riteneva che l’olfatto potesse  rappresentare il sesto senso, cioè favorire la conoscenza intuitiva, quindi essere alleato nella ricerca della verità, e capace di mettere a nudo le anime. In questa prospettiva, i nasi della Offergelt possono offrire alla nostra interpretazione tutt’altra idea.

E quelle labbra che vediamo, con sigaretta o sormontate da baffi cespugliosi o dalle quali fuoriescono lingue come sberleffi, come dicevamo sopra, non le possiamo immaginare parlanti. Non ci potrebbero dire nulla. Sono lì per assaporare, forse mangiare, forse baciare. I sensi dell’olfatto e del gusto sono indubbiamente i più carnali, i più edonistici, e forse per questo motivo i più sinceri. Che sia questo, alla fine, uno dei messaggi di Florine Offergelt? Chiudere occhi e orecchie e cominciare ad assaporare (cercare di capire) il mondo attraverso il naso e la bocca? In questo modo, il mondo potrebbe davvero apparirci più autentico e, forse, più… digeribile.

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Se vogliamo un ulteriore messaggio di speranza, possiamo guardare alle piccole sculture di donne e uomini con mani e piedi enormi e il viso rivolto verso una sfera che rappresenta l’infinito, come esseri che aspirano ad altre dimensioni, che nutrono dei sogni, delle speranze. Anche se non si illudono eccessivamente. I loro piedi li ancorano in modo drammatico alla materia, come radici inestricabili, le mani pesano e sembra quasi impossibile si possano muovere liberamente. Lo sguardo però è rivolto all’alto. A un’idea di infinito che li sovrasta ma è irraggiungibile, schiacciati come sono (o come siamo) dalla pesante e ineludibile gravità dell’esistenza.

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