Il fenomeno delle baby gang, a metà tra malessere generazionale e fallimento delle istituzioni

di Donatella Swift

 Negli ultimi tempi stiamo assistendo sempre più frequentemente ad episodi che riguardano le cosiddette “baby gang”, ragazzi che nascondendosi dentro ad un branco seminano spesso scompiglio, quando non terrore nei confronti di persone spesso deboli, o supposte tali. In buona sostanza le baby gang hanno come fattore comune quello di nascere in particolare contesti familiari spesso difficili, laddove mancano delle seppur minime linee guida sia dal punto di vista affettivo che da quello socio – educativo. Un tempo le baby gang erano il terreno fertile in cui crescevano i piccoli delinquenti delle etnie sudamericane o anche autoctone, con il preciso intento di mettere in soggezione quelli considerati inferiori, mediante richieste di denaro o di “messa alla prova” per poter essere tenuti in considerazione, nel caso qualcuno volesse entrare a far parte del branco. Si tratta quindi di una forma di bullismo ancora più crudele, in quanto spesso le vittime non sono solo i compagni di classe, bensì anche persone anziane o come detto ritenute più deboli.

Deve essere questo il motivo che l’altra sera a Milano ha spinto un gruppetto di ragazzi su un autobus a provocare fastidio tra gli altri passeggeri, ed a reagire in particolare è stato un passeggero, poi risultato un autista dell’Atm fuori servizio, il quale ha estratto un coltellino ferendo uno dei suoi aggressori. I fatti: due ragazzi bloccano le porte del bus per consentire a tre amici di raggiungerli a bordo, nel salire il gruppetto urta un uomo che stava parlando con l’autista della linea 80; l’ultimo della fila ha un battibecco piuttosto acceso con l’uomo, presto dalle parole si passa agli insulti pesanti ed a un tentativo di contatto fisico, impedito per l’intervento degli amici del ragazzo. Arrivati al capolinea in piazza De Angeli scendono tutti, sia i ragazzi che l’uomo: dalla telecamera posta sul lato anteriore del mezzo si vede che quest’ultimo estrae un coltellino multiuso prima di scendere. Una volta in strada la lite esplode di nuovo con insulti, calci e spinte da parte degli adolescenti. Le immagini non sono chiare, ma il risultato è che da una parte l’uomo presenta segni e graffi sul volto, compatibili con un’aggressione, dall’altra un diciassettenne resta a terra con una coltellata su un fianco, il ragazzo viene portato al Fatebenefratelli, ma le sue condizioni non sono considerate gravi.

Fin qui la cronaca, che però solleva immediatamente tanti interrogativi: come si è arrivati fino a questo punto? Perché, se è innegabile che l’autista fuori servizio abbia sbagliato ad usare un’arma contro un ragazzino, è altrettanto sbagliato da parte dei ragazzi di pensare di poterla fare sempre e comunque franca perché tanto sono giovani e possono fare tutto. Ma la domanda che maggiormente affiora in questi frangenti – e qui gli ultimi episodi registrati a Milano, Torino e Napoli sono assolutamente in linea anche con altre parti d’Italia – è: ma dove sono le famiglie? Dove hanno sbagliato genitori e scuola nel non saper tenere a freno questi ragazzi?

La realtà è che i ragazzi difficili sono sempre esistiti, da che mondo è mondo, solo che un tempo la famiglia si faceva carico dell’educazione a 360° dei figli, con le buone e, all’occorrenza, anche con le cattive, metodi considerati ora superati, anche alla luce dei numerosi casi di violenza tra le mura domestiche ai danni di minorenni.

Una delle chiavi di lettura però potrebbe risiedere nel fatto che molti genitori tendono ad essere più fratelli o sorelle maggiori nei confronti dei propri figli, che di conseguenza non riconoscono loro il ruolo genitoriale, pretendendo sempre di più a livello materiale – soldi, cellulari e vestiti all’ultima moda – ma evitando di prendersi le proprie responsabilità.

Quanto la scuola essa non può e non deve sostituirsi alle famiglie, bensì agire in sinergia con esse, per il bene di tutti.

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