LA SIGNORINA KORES DI PIAZZA DUOMO, VE LA RICORDATE?

di Ugo Perugini

Ieri alla Permanente di via Turati è stato presentato il libro “La signorina Kores e le altre”. Donne e lavoro a Milano (1950-1970), e l’attenzione in particolare è caduta sul repertorio iconografico utilizzato per la realizzazione del volume, anche grazie al contributo della fotografa Paola Mattioli.

Il libro raccoglie gli scritti di diciannove autori  e racconta le storie di centinaia di donne che negli anni del “boom” a Milano, nascendovi o arrivando come emigranti, hanno trovato la via dell’emancipazione, grazie al lavoro e al loro impegno sociale e famigliare, contribuendo in modo concreto alla rinascita del Paese dopo  la catastrofe della guerra.

Il volume è edito dalla “Società per l’Enciclopedia delle donne”, fondata nel 2010 da Rossana Di Fazio e Margherita Marcheselli, che ha per fine quello di “promuovere la massima diffusione possibile della conoscenza e del valore e della storia delle donne”, come cita lo Statuto.

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L’occasione è servita anche a presentare la concomitante mostra delle opere di tre artiste contemporanee, Antonia Campanella, Laura Di Fazio e Sara Montani, che hanno presentato i loro lavori sotto il titolo di “Seduzioni d’artista”.

Ma ripartiamo dall’inizio. Chi è la signorina Kores?

Crediamo che le persone un po’ in là con gli anni la conoscano. Si tratta del neon esposto, insieme a molti altri, in piazza del Duomo, sulla facciata di  Palazzo Carminati. Mostrava una ragazza che scriveva a macchina, battendo sui tasti, a intermittenza, per reclamizzare i nastri inchiostrati e la carta carbone dell’azienda Kores.

Erano gli anni della grande ripresa economica. Milano cercava di somigliare alle metropoli inglesi e, come Piccadilly Circus, illuminava i suoi palazzi centrali con la pubblicità. Quelle luci davano allegria e speranza. Ed erano tempi di grande ottimismo. Poi a partire dal 1989 le luci su palazzo Carminati si spensero. Nonostante il parere contrario di molti, tra cui il grande architetto design Castiglioni.

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Nel libro, sotto il simbolo della signorina Kores, ci sono le storie di migliaia di donne che negli anni dal 1950 al 1970, attraverso il lavoro, le lotte e l’impegno sociale hanno permesso la nascita del “miracolo economico”, e le foto di grandi testimoni dell’epoca come Lo Consolo, Colombo, la stessa Mattioli, che descrivono con le loro immagini scioperi, proteste,  quartieri degradati (corea), ma anche momenti di festa, di gioia, balli, shopping, ecc.

Le donne si inseriscono nel mondo del lavoro, entrano nelle fabbriche, diventano abili operaie (nelle fabbriche di televisori, elettrodomestici come Siemens, Indesit, sono la maggioranza): hanno mani più piccole e sanno lavorare di precisione. Molte diventano impiegate. Dovunque, acquistano autonomia e rappresentano il target preferito per la pubblicità. E’ l’inizio dell’emancipazione, anche se ancora la strada sarà lunga per ottenere una vera parità di trattamento con gli uomini.

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Qualche cenno alle tre artiste che espongono nella mostra. Antonia Campanella, opera nell’incisione, attraverso le tecniche dell’acquaforte, acquatinta, puntasecca, xilografia, linoleografia e forexografia. Laura Di Fazio lavora su stoffe, arazzi, abiti, cartamodelli, giocando su stratificazioni di colori e segni e Sara Montani, che partendo da oggetti simbolici, li carica di nuova vita, in una dimensione più magica, fiabesca.

Tre donne nell’arte, altro settore che, come dice Simona Bartolena, è stato precluso o limitato per molto tempo alle donne non avendo esse né in ambito professionale né in ambito educativo e culturale le stesse possibilità degli uomini, dovendo spesso accontentarsi di un ruolo secondario. C’è chi, come Grazia Varisco, ritiene non abbia senso parlare di donna artista ma si debba parlare di artista tout court senza caratteristiche di genere. Altre che invece credono che l’arte femminile debba farsi carico dei problemi sociali e delle rivendicazioni  per aspirare ad una vera emancipazione. Certo è che ancora la parità con gli uomini, anche in arte, è lontana e occorre che la femminilità venga apprezzata come un valore non come un difetto.

 

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