Al San Babila fino al 19 novembre “Il seduttore”

di Ugo Perugini

La commedia di Diego Fabbri “Il seduttore” – che ha avuto anche una trasposizione cinematografia con protagonista Alberto Sordi – viene riproposta sulla scena del Teatro San Babila dal regista Alessio Pizzech, attraverso un’operazione di forte e voluta contrapposizione, tra un primo tempo giocato su toni leggeri, da commedia degli equivoci, e un secondo, che pian piano prende i contorni angosciosi della tragedia.

L’amara parabola del seduttore, da benevola e ammiccante satira di costume del tradizionale gallismo dell’uomo italiano, vira improvvisamente nel dramma con atmosfere cupe che trasformano le tre donne vittime del seduttore in furie, vere e proprie  “baccanti” come afferma lo stesso protagonista, che compiono la loro vendetta nei confronti dell’uomo che le ha amate e ingannate contemporaneamente.

Ma le attenuanti, Eugenio, il seduttore, ce le ha. Il trauma della perdita del figlio aleggia sopra ogni suo comportamento, anche nella ricerca ossessiva di dare e ricevere amore, come se glielo imponesse la sua paternità mancata con l’accumulo irrisolto di affetto da distribuire, affascinando con il suo atteggiamento giocoso e ingannevole le donne per avere da loro in modi diversi e complementari quell’attenzione e quella tenerezza che  il suo bambino interiore (morto insieme al suo vero figlio) non ha avuto.

Quindi, sarebbe riduttivo pensare a questo lavoro solo interpretandolo come satira di costume. Alessio Pizzech, nella rielaborazione del lavoro di Diego Fabbri, va a fondo nell’animo del protagonista, cercando di scoprirne le inquietudini e la parte oscura dei sentimenti, spesso repressi e male interpretati dalle consuetudini, dai moralismi della società borghese.

Né crediamo sia da sottovalutare il tentativo, goffo, maldestro, ingenuo del protagonista di scoprire il meccanismo dell’amore vero, quello che, superata la finalità meschina del piacere sensuale, tende ad arrivare a livelli più alti, con l’obiettivo di assurgere al senso primo, a farsi universale e puro, da condividere e apprezzare senza gelosie, rivalse, o ansie di possesso.

Illusione, dolce chimera sei tu, come dice la canzone che apre la commedia. Pia illusione che Eugenio pagherà cara, abbandonato dalle tre donne che lo accuseranno di tradimento, e costretto al suicidio.

Il Mirino

Il lavoro ha visto come protagonista Roberto Alpi, con una recitazione contenuta e sobria senza troppe concessioni all’ironia e al melodrammatico, e le tre donne Laura Lattuada, Agnese Nano, Isabel Russinova, tutte all’altezza del compito. Ottima l’idea delle scene di Davide Amadei, come bussola rotante nel primo atto, che forse avrebbe dovuto svilupparsi in modo un po’ più dinamico, e la scena del secondo atto, un giardino che si trasforma con luci di diversi colori in un simbolico e straniante paesaggio a sottolineare il gesto tragico del protagonista e il rimpianto tardivo delle sue donne che vengono a piangerlo.

 

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