PIPÌ A LETTO, UN DISTURBO ANCORA “SOMMERSO”

di Stefania Bortolotti

Questa notte in Italia due milioni di persone bagneranno il loro letto. Di questi, un milione e duecento mila sono bambini e adolescenti tra i 5 e i 14 anni di età, mentre gli altri 700mila sono adulti che soffrono del problema e che sono dimenticati da tutti. Gran parte di questi ultimi, a suo tempo, non furono presi in carico dai pediatri quando l’insorgenza di questo disturbo avrebbe potuto essere contrastata più efficacemente. Questi i dati preoccupanti emersi nel corso della conferenza stampa sul tema “Enuresi notturna nel bambino e l’importanza di contrastarla”, tenutasi a Roma al Senato su iniziativa della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (SIPPS) e in collaborazione con l’Associazione di Iniziativa Parlamentare e Legislativa per la Salute e la Prevenzione.

«L’enuresi è un disturbo ancora non adeguatamente compreso e riconosciuto – ha dichiarato il Dott. Giuseppe Di Mauro, presidente della SIPPS – e va detto che, nonostante una diffusione elevata, è sottostimato e sottotrattato, se si pensa che due bambini su tre non vengono correttamente diagnosticati e di conseguenza curati. Insieme al ruolo di vigilanza delle famiglie – ha proseguito Di Mauro – centrale resta quello del pediatra che già dopo il compimento del quinto anno d’età, senza lasciar passare troppo tempo, alla prima occasione di una visita o di un bilancio di salute, con poche e semplici domande, potrebbe e dovrebbe verificare se il bambino bagna il letto e quindi fosse bisognoso di adeguati interventi».

«Un altro dato preoccupante – ha aggiunto la Prof.ssa Maria Laura Chiozza, urologa pediatra del Dipartimento di Pediatria all’Università degli Studi di Padova – è quello secondo il quale, da studi recenti, risulta che il 60 per cento dei bambini con enuresi non viene sottoposto a visita pediatrica, il che significa che oltre 700 mila non sono presi in carico per il loro problema». Un fatto, questo, di estrema gravità se si pensa che contrastare il disturbo precocemente non solo consentirebbe di superare il disagio e l’imbarazzo che colpisce chi ne soffre – l’enuresi compromette seriamente l’autostima del bambino ed è motivo di frustrazione in ambito familiare – ma potrebbe evitare la successiva insorgenza di altre complicanze che, come conseguenza, possono manifestarsi in età adulta.

L’informazione circa questo disturbo è quindi fondamentale, affinché i genitori possano averne reale consapevolezza, superando alcuni preconcetti che spesso li portano a sottovalutare il disturbo o, volutamente, a non dichiararlo per un ingiustificato senso di vergogna o per il fatto di considerarlo erroneamente un disturbo psicologico, destinato a risolversi in maniera del tutto spontanea con il passare del tempo. «In questo senso un’alleanza tra genitori, pediatri e mondo della scuola può essere determinante – ha dichiarato la Senatrice Laura Bianconi, membro della commissione Igiene e Sanità del Senato – per creare iniziative di sensibilizzazione e informazione che consentano di identificare precocemente l’insorgenza del disturbo e di predisporre le difese adeguate, oggi certamente più efficaci che in passato. Una direzione, questa, verso la quale le istituzioni e il Parlamento è giusto si attivino per stimolare simili convergenze e per rendere sempre più agevoli le interazioni tra sanità, mondo della scuola e istanze sociosanitarie».

«Nuove conoscenze e nuove terapie ci permettono di offrire una risposta importante ed efficace alla richiesta di aiuto per uscire dall’enuresi – ha sottolineato la Professoressa Maria Laura Chiozza – un disturbo che, oltre a minare l’autostima e la crescita sociale dei bambini che ne sono colpiti, rappresenta un peso enorme per le loro famiglie. Parlarne al proprio pediatra è importante per garantire una crescita serena ai propri figli e un futuro di continenza urinaria di cui saranno certamente grati ai propri genitori».

L’enuresi è dunque un paradigma che congloba in sé aspetti eterogenei e talvolta contraddittori: senza essere una malattia può essere altrettanto devastante, è progressivo e ingravescente pur manifestandosi sempre con le stesse modalità, ha ripercussioni sul piano psicoemotivo pur essendo dovuto a fattori organici, è risolvibile ma troppo spesso prevale un atteggiamento di inerzia e infine genitori e bambini tendono a nasconderla a dispetto della sua elevata diffusione. Occorre dunque vincere questo muro di omertà e divulgare il messaggio che la strategia più corretta ed efficace passa soltanto attraverso il dialogo e la tempestività di un approccio multifattoriale e polivalente.

 

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