MILANO E L’ASSURDA PRESENZA DEGLI UNTORI (1630)

di Carlo Radollovich

Durante la peste del 1630, descritta dal Manzoni ne “I promessi sposi”, si evidenziavano manifestazioni di pura ignoranza che spesso sfociavano in reazioni a dir poco crudeli.

La credenza negli untori fu una di quelle. Ma tracciamo anzitutto una breve storia di quel tempo disgraziato, iniziando a segnalare che le condizioni igieniche in cui versavano i nostri concittadini erano complessivamente di livello assai basso. Fu pertanto fatale, per effetto anche di questa condizione, che l’epidemia si diffondesse con straordinaria rapidità.

Le persone che stavano per morire si accasciavano a centinaia ai bordi delle vie e i ben noti monatti li caricavano su appositi carri dopo averli spogliati anche di oggetti di minimo valore. Poi seguiva brutalmente lo “scarico” dei poveri defunti in fosse comuni.

Diversi preti, nell’impossibilità di dare a tutti assistenza spirituale, officiavano messe su altari di pietra quasi improvvisati, all’angolo delle strade. Susseguentemente recitavano preghiere invocando la cessazione di tante disgrazie.

E la gente non ancora contagiata si chiedeva se alla base di tante sofferenze regnasse una sorta di maleficio a danno di tutta la città. Già durante la primavera del 1630 si iniziò a spargere la voce secondo la quale certi individui, asportando parti maleolenti di cadaveri morti di peste, creavano particolari intrugli e poi ungevano porte e maniglie di parecchie case con l’evidente scopo di propagare il morbo.

A seguito della  testimonianza di una certa Caterina Trocazzani (21 giugno) e di altre comari, vennero incriminati Gian Giacomo Mora, modesto barbiere abitante in corso di Porta Ticinese, senza dubbio “untore” secondo l’accusa, e addirittura il commissario di Sanità Guglielmo Piazza, reo di aver strusciato con il proprio mantello contro il muro (ma egli volle subito discolparsi spiegando di camminare radendo il muro, nel tentativo di ripararsi un poco dalla pioggia).

Dopo un sommario processo, entrambi vennero sottoposti a tortura, come da consueta prassi. Il Mora arrivò incredibilmente a confessare di aver prelevato sterco da alcuni cadaveri e di averlo poi impiegato per ungere porte e portoni. Una confessione similare, disgustosa per come fu ottenuta, venne estorta anche al Piazza. Fu loro mozzata la mano destra e poi vennero sottoposti al terribile supplizio della ruota. I corpi vennero bruciati e le ceneri sparse nel canale Vetra.

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