Anziani, si può convivere con l’Alzheimer?

di Ugo P.

E’ il primo di due articoli sulle persone anziane e la loro capacità di mantenere o meno vive le capacità intellettuali tra malattie gravissime, come l’Alzheimer, che provoca demenza precoce e casi eccezionali come i superagers che invece riescono a mantenere viva la loro intelligenza, anche invecchiando.

Cominciamo con l’aspetto negativo: la malattia dell’Alzheimer, chiamata anche AD (Alzheimer’s Disease), per la quale continuano gli studi anche se al momento senza risultati positivi. Sono state individuate le amiloidi e le proteine tau che sarebbero la causa del processo di morte neuronale dei tessuti del cervello ma al momento non esistono né cure né attività di prevenzione.

Secondo alcune ricerche entro il 2050 gli ammalati di AD potrebbero triplicare nel mondo, il che non è certamente una bella prospettiva.

Nel frattempo cosa si può fare? Sappiamo tutti che esistono problemi gravi per la convivenza in famiglia di queste persone e anche per l’assistenza nelle case di cura. L’ideale sarebbe quello di aiutare i pazienti con il cervello ammalato, cercando di salvaguardare la loro dignità di esseri umani. Ma la cosa è tutt’altro che semplice.

Certo è che occorrono preparazione, competenza, equilibrio umano e psicologico per fornire un contributo serio da parte di chi segue gli ammalati. Ricordiamo che l’AD non riguarda solo la perdita della memoria, specialmente quella degli eventi vicini, ma il blocco di certi meccanismi mentali che provocano un cortocircuito in certi casi molto difficile da comprendere.

Una studiosa, Agnes B. Juhasz, giornalista che è diventata infermiera e ha curato numerose persone affette da Alzheimer ha cercato di sfatare alcune false credenze intorno a questa malattia.

Ad esempio, è vero che la perdita della memoria a breve termine è una caratteristica di questa patologia, ma è anche vero che queste persone hanno una memoria emotiva molto forte, legata a effetti visivi, suoni. Altro luogo comune è che queste persone siano aggressive. Secondo Juhasz, queste violenze hanno comunque sempre una ragione che le scatena e che si placa quando il problema che è alla base viene risolto.

Altra idea sull’Alzheimer è che si possa fare ben poco per alleviare le sofferenze di questi malati. Secondo la studiosa (che recentemente ha scritto un libro sull’argomento ancora non tradotto in italiano), i malati di Alzheimer reagiscono a stimoli positivi e possono essere aperte a gesti di gentilezza e creatività, godendo anche del tempo libero e di attività divertenti. Certamente occorre che chi si prende cura di loro sia una persona professionalmente seria e valida, di carattere forte, ma anche dotato di grande pazienza. Purtroppo, attualmente simili professionalità mancano ancora.

In attesa di trovare le cure e la prevenzione per questa malattia bisognerebbe cominciare a darsi da fare nella preparazione degli infermieri e delle badanti che assumono questi incarichi.

Nel frattempo c’è anche chi cerca di approfondire il tema realizzando un festival, come ha fatto l’Aip, l’Associazione italiana di Psicogeriatria. A Gavirate, sul lago di Varese dal 1° al 3 settembre c’è stata infatti una festa per i malati di Alzheimer e i loro famigliari con numerosi interventi scientifici e artistici. Perché l’arte, la creatività non si ferma davanti a nulla. Le fotografie (selfie senza self) dei malati di Alzheimer sono state raccolte da Settimio Benedusi, che si definisce un “faccista”.

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