LA TRAGICA FINE DEL MINISTRO PRINA (1814)

di Carlo Radollovich

Quando Napoleone Bonaparte volle incontrare i membri della Repubblica Cisalpina, decise di accoglierli a Lione (dall’11 al 26 gennaio 1802) in un importante consesso che verrà denominato “Consulta della Repubblica Cisalpina” oppure “Comizi di Lione”.

Vi parteciparono personalità di spicco tra cui Luigi Porro Lambertenghi, Francesco Melzi d’Eril, Alessandro Volta, Giuseppe Zola.

Tra i vari discorsi pronunciati, si distinse per chiarezza ed eloquio assai preciso quello di Giuseppe Prina, giovane avvocato novarese  di famiglia patrizia, convertitosi alle idee napoleoniche quando si convinse che la strada del bonapartismo avrebbe condotto l’Italia ad unificarsi in tempi relativamente brevi.

Impostosi ben presto grazie alle sue doti politiche e professionali, assunse il ruolo di ministro delle Finanze nel governo del Regno Italico, quando Napoleone venne incoronato re d’Italia nel maggio del 1805.

Per finanziare almeno in parte gli enormi costi della spedizione in Russia di Napoleone, Giuseppe Prina fu costretto ad aumentare le tasse, con grave esasperazione della popolazione, la quale, nel giudizio generale, era convinta che il ministro tendesse ad arricchirsi alle spalle dei cittadini. Il malcontento regnava ovunque e quando, dopo Mosca, ci fu anche la disfatta di Lipsia, le minacce contro i personaggi del governo giunsero all’apice.

Davanti al Senato, una numerosa folla inferocita,  armata di bastoni e di ombrelli, decise di sfondare il portone. A nulla valsero gli inviti alla calma di Carlo Verri.

Udite in particolare le grida contro Prina, l’abate di San Fedele avvertì immediatamente il ministro, ma questi affermava che i milanesi erano gente mite e che nessun pericolo avrebbe potuto correre. Ma si diffuse prestissimo un’altra voce tra la folla: Prina avrebbe accantonato a casa sua un illecito tesoro. In realtà egli viveva del solo suo stipendio, tutto sommato modico.

Perciò, tutti si diressero alla casa del Prina, sfondando dapprima l’uscio di casa e poi iniziando una vera e propria caccia all’uomo e al fantomatico tesoro. Ma vennero trovate soltanto cento lire. Dopo la cocente delusione, venne catturato, completamente spogliato e gettato tra la folla urlante. Iniziò il linciaggio a colpi di bastone e il povero uomo venne trascinato nel fango sino in piazza della Scala. Qui tentò di proteggerlo un cameriere, tale Gian Domenico Romagnosi, ma per poco non finì sotto una gragnola di colpi. Un sacerdote di passaggio lo confortò religiosamente, ma le sue sofferenze non erano ancora terminate. Dopo altri duri colpi, gli ficcarono in bocca una carta bollata come ultimo atto di dispregio. Risultato molto amaro: alcuni mesi dopo (aprile 1815) gli Austriaci rioccuparono Milano.

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