VERITA’ E LEGGENDE SULLA BOEMA GUGLIELMINA

di Carlo Radollovich

Correva l’anno 1270 quando giunse a Milano, ancora governata dai Torriani, una giovane donna di bell’aspetto, forse vedova, proveniente dalla Boemia. Si diceva che fosse figlia (?)  del re boemo Otakar I. Guglielmina, questo il suo nome, prese alloggio a Santo Stefano in Borgogna (l’attuale via Borgogna) per poi trasferirsi in San Pietro all’Orto. Ad alcune persone raccontò di aver lasciato il proprio Paese perché non desiderava entrare in convento, come auspicato dai genitori. Era però molto osservante delle regole cristiane, non era ricca, ma possedeva sufficienti mezzi con cui sostentarsi. Non faceva mancare le proprie offerte ai poveri, frequentava le suore Umiliate di Santa Caterina e si era creata un’immagine da timorata di Dio.

Tramite le monache aveva conosciuto un certo Andrea Saramita, il quale aveva una figlia tra le Umiliate. Le cronache dell’epoca riferiscono che egli si innamorò di Guglielmina, tuttavia solo spiritualmente. La definiva una santa vivente e addirittura la scambiava come autentica rappresentante dello Spirito Santo.

Probabilmente soffiate dallo stesso Saramita, si diffusero voci tra la gente, secondo le quali la straniera Guglielmina avrebbe guarito miracolosamente certi malati.

Le autorità religiose dell’epoca non si curarono di lei, ma il popolino la definiva quasi santa, tanto che una sua immagine, da viva, venne dipinta nella chiesa di Santa Maria Maggiore. Inutile aggiungere che quando morì, nell’anno 1281, si impose un vero culto religioso nei suoi confronti. Insomma, scattò un’autentica devozione, tanto che alcuni monaci unsero il suo corpo con olio benedetto e lo rivestirono con un saio.

Venne sepolta a Chiaravalle e la tomba venne curata da numerosi fedeli, i quali assicuravano che molte guarigioni si erano compiute per l’intercessione della quasi santa. Andrea Saramita si proclamò teologo, mentre una suora delle Umiliate, tale Maifreda Pirovano, si autonominò vicaria in terra di Guglielmina. La Pirovano giunse persino a vestirsi con abiti pontificali e addirittura a celebrare messa in occasione della Pasqua del 1299, con canti sacri composti dal Saramita. A questo punto, si manifestò l’esplosione di una vera e propria eresia, la stessa che i càtari avevano iniziato a divulgare in Italia e in Europa sin dal X secolo. Toccò quindi agli inquisitori milanesi condannare tutti gli scandali provocati dai seguaci di Guglielmina, denominati “guglielmiti”. Il processo a carico degli stessi Saramita e Pirovano iniziò nel luglio 1300 e terminò con la loro condanna al rogo. I seguaci vennero pure arsi vivi. E pure bruciata finì la salma di Guglielmina, malgrado fosse defunta da quasi vent’anni. Della boema scomparvero quasi tutte le immagini e anche il suo ricordo si affievolì, malgrado a tutt’oggi non esista alcuna  prova che l’eresia fosse stata da lei iniziata o comunque promossa.

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