La frammentazione del sé nei lavori di Fabio Ceschina

di Ugo Perugini*

Questo mese di febbraio, le sale dell’Art Gallery 38 di via Canonica, 38 ospiteranno Fabio Ceschina, con la mostra intitolata “Uno e tanti”. L’artista è originario di Como e deve la sua passione a un parente scultore, Domenico Inganni, insegnante all’Accademia Reale di Stoccolma, che lo fece appassionare a questa forma espressiva.

Ceschina è un personaggio a tutto tondo. Vanta una laurea in composizione architettonica, un diploma in scultura, ha insegnato per molti anni, ma più che altro è un artista dai molteplici interessi, capace di spaziare in molti settori, dalla scultura al restauro, dall’ideazione di gioielli all’architettura, esperto in modellismo e lavorazione delle cere.

Numerosissime sono le mostre personali e collettive alle quali ha partecipato e le opere realizzate. Per presenziare alla mostra all’Art Gallery ha scelto solo alcuni soggetti più adatti alla location e uniti da un sotterraneo e univoco messaggio. Ed è proprio su questo aspetto, al di là dell’analisi dei materiali e delle tecniche utilizzate da Ceschina, che vorremmo soffermarci.

Ad un certo punto del romanzo “Uno nessuno e centomila” di Luigi Pirandello, un personaggio dice: “Ciascuno di noi si crede ‘uno’ ma non è vero: è ‘tanti’, signore, ‘tanti’, secondo tutte le possibilità d’essere che sono in noi”. Credo che questa frase colga bene il senso complessivo del lavoro di Fabio Ceschina.

Le sue opere hanno il pregio di farci riflettere. Partiamo senz’altro dalle sue sculture perché è in questo ambito che ci arrivano gli stimoli più fertili. I personaggi della commedia scultorea dell’Artista sono niente altro che figurine esili, allungate, appena abbozzate, vagamente distinguibili per sesso, inserite in costruzioni senza apparente senso. E sono tante, una moltitudine.

L'opera si intitola "Migranti"
L’opera si intitola “Migranti”

Nell’angoscia che ci coglie non possiamo non riconoscere lo stato d’animo dell’epoca che stiamo vivendo. Siamo in una società in cui abbiamo assistito alla frantumazione dei valori unitari, spinti alla ricerca di una identificazione dei propri sé sociali. In una lotta immane di dinamiche opposte, tra bisogno di distinguersi (“Fuori dal coro”, “Il condominio”) e bisogno di integrarsi. Che ha portato l’individuo a oscillare nella rappresentazione e nella realizzazione del sé tra il macro e il micro.

Il condominio. Simbolica rappresentazione di una comunità "divisa"
Il condominio. Simbolica rappresentazione di una comunità “divisa”

Chiariamo il concetto. Nel macro, nella massa delle persone noi lottiamo spinti da forze opposte, tra istintività e omologazione, viviamo come automi telecomandati, spesso costretti dalle necessità primarie di sopravvivenza (come nelle varie opere intitolate “Migranti”) o persi in una “Torre di Babele”, o in una “Torre di Pisa”, o come formiche impazzite o come “Fili d’erba” inconoscibili, anonimi, e perciò angosciosamente perduti al mondo.

Mentre nel micro, cioè nella nostra testa, la lotta non è certo più facilmente controllabile. Infatti, anche grazie ai nuovi strumenti tecnologici, anche in questo ambito cerchiamo di vivere più vite in una stessa persona, usare più linguaggi per una stessa comunicazione, più affetti per il medesimo universo di sentimenti. A conferma di ciò le opere di Ceschina ben rappresentano questa ansia, come “Pensieri affollati”, veri omini che occupano il nostro cervello, ognuno con la sua minima individualità, cercando di trovare la soluzione al mistero.

Pensieri affollati
Pensieri affollati

I dialoghi tra le persone, o meglio tra le slavate nostre essenze di anime stiracchiate, rese essenziali ed eteree dal lavoro di sintesi dell’artista, come in “il segreto”, o nei volti distanti di “Due amiche”, sono ridotti a colloqui muti. In una atmosfera così costruita, dove la distanza tra individuale e sociale è ridotta e  i diversi “sé” ed appartenenze coesistono, sembra ci sia ben poco da mettere in comune ormai.

Due amiche
Due amiche

In altre opere di Ceschina, il discorso prosegue, forse ancora più tormentoso. Si vedano, ad esempio, “Il muro”, “Le lettere”. Qui le vie d’uscita non si riescono nemmeno a intravedere. Eppure, nel farci giocare con il suo cannocchiale rovesciato, che allontana e atomizza il mondo che ci circonda, non manca un tocco, nascosto ma vivo, di ironica e benevola speranza. Alla quale vogliamo aggrapparci con tutte le nostre forze.

Il muro. Il simbolo della separazione e dell'incomunicabilità
Il muro. Il simbolo della separazione e dell’incomunicabilità

Ceschina è un artista che va seguito con attenzione. Crediamo che il suo percorso creativo sia destinato a riservarci in futuro ancora gradite sorprese.

La vernice è prevista domenica 5 febbraio alle ore 17.

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