SCORRIBANDE DELINQUENZIALI NEL BOSCO DELLA MERLATA

di Carlo Radollovich

Partiamo con la citazione di un’osteria, la “Melgasciada”, che nel quartiere Villapizzone, assai ricco di vegetazione sino ad alcuni secoli fa (tanto da far supporre che fosse l’ultimo lembo del famoso bosco della Merlata, nome che apparteneva ad una cascina costruita in loco), costituiva il ritrovo di una paurosa cricca di briganti e di ladroni che nel Cinquecento infestava le vicine foreste della Merlata, derubando e addirittura uccidendo i malcapitati viandanti.

Sulla facciata di tale osteria, la quale, ovviamente trasformata da quei tempi, ospitava ancora clienti sino ai primi del Novecento, si poteva osservare un affresco, probabilmente dipinto verso la fine del Seicento, che raffigurava il giuramento o il patto tra due briganti accanto ad una mula, animale indispensabile per il trasporto dei bottini trafugati.

Questi due banditi erano a capo di una congrega di circa ottanta elementi, veri e propri malfattori che esercitavano il loro turpe lavoro in un territorio assai ampio che comprendeva vari cascinali, la zona di Musocco e anche i dintorni della Certosa di Garegnano, che era stata fondata dai frati certosini nel 1349. La strada, che correva poco distante, conduceva a Gallarate/Varese e costituiva facile meta per derubare e taglieggiare i viaggiatori che vi transitavano.

Il primo bandito era soprannominato “Legorino” (dal dialetto milanese “legora”, ossia lepre) perché l’individuo era particolarmente abile nel colpire per poi fuggire con tutta celerità. Il soprannome del secondo era “Scorlì”, ossia scuotere con energia, che evidenziava la particolare violenza con cui riusciva a colpire. Essi si avvalevano di alcuni sottocapi criminali come il Girometta, il Feracino, il Rigoletto e diversi altri che non esitavano ad uccidere se la preda non fosse risultata ricca o non in possesso di oggetti pregiati o preziosi.

Ma l’odiosa serie di furfanterie commesse nel bosco della Merlata non poteva durare a lungo e i capi Legorino e Scorlì  furono finalmente catturati nel 1566  dalla milizia spagnola, operativa in Milano dal 1535, e poi giustiziati al rondò della Cagnola (oggi piazzale Accursio).

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