IL NATALE MILANESE NEI PRIMI ANNI CINQUANTA

di Carlo Radollovich

Nelle case di Milano “a loggia”, quelle che ai primi del Novecento sostituivano in parte le ben note costruzioni “con ringhiere” esterne, ci si conosceva praticamente tutti. Abitudini, tradizioni e modi di conversare, praticamente solo in dialetto meneghino, coinvolgevano parecchie famiglie.

All’inizio degli anni Cinquanta, prima del concretizzarsi del ben auspicato “boom”, l’arte del risparmio faceva…proseliti ovunque. I quattrini nelle tasche degli ambrosiani non abbondavano e, già a novembre, si rinunciava spesso al cinematografo o a qualche rappresentazione teatrale in vista delle spese che sarebbero state sostenute nel mese di dicembre. In molti quartieri, per festeggiare degnamente il Natale, era usanza tra i  milanesi versare nel secondo semestre al salumiere, ma anche al droghiere, piccoli importi di denaro  che sarebbero poi serviti per festeggiare meglio il Natale e anche il Capodanno. Infatti, a seconda del gruzzolo accantonato, si poteva acquistare un “cesto” di prodotti alimentari di piccola o media grandezza.  In ogni caso, questo “cesto” appariva sempre ricco e corposo…

Va ricordato che la festa relativa alla nascita di Gesù entrava nelle case con forte anticipo. Gli addobbi (rare le luminarie) erano sempre più frequenti sin dai primissimi di dicembre, anche se, “ufficialmente”, il presepe doveva essere allestito non prima del giorno di Sant’Ambrogio. L’albero di Natale era meno frequente, ma lo si adornava con batuffoli di cotone per simulare la neve e anche con carta stagnola, la più lucida, che rifletteva la luce del lampadario pendente dal soffitto, posto rigorosamente al centro della sala. I rami più robusti sopportavano il peso di torroncini o addirittura di mandarini.

Il giorno della vigilia, molte famiglie preparavano gustose frittelle a base di mele e uvette e si diceva che questa tradizione sarebbe stata “importata” dalla Toscana. Solo raramente veniva assaggiata, quasi furtivamente, la prima fetta di panettone. E le stufe, per preparare al meglio la venuta di Gesù Bambino, venivano abbondantemente rifornite di carbone o legna affinché le case risultassero ben riscaldate durante l’intera notte santa.

Il mattino del giorno di Natale, dopo la sorpresa dei bambini, manifestata davanti ai regali ricevuti, con tanto di occhi sgranati, ci si recava a messa. Le mamme, in vista dei preparativi culinari di mezzogiorno, assistevano alla primissima funzione, alle sette, in taluni casi addirittura alle sei. A pranzo, ravioli e cappone la facevano da padroni dopo saporiti e ricchi antipasti a base di salumi. Spiccavano la lingua salmistrata, le fettine di mortadella e in primis il prosciutto culatello, specialità che non poteva mancare.

Dopo un abbondante primo piatto a base di ravioli e diversi secondi a base di carne, ci si sfogava con i dolci: dal panettone ai torroni, dal Pandoro con tanto di crema pasticcera ai cioccolatini vari. Poche le passeggiate, decisamente corte, dopo l’abbuffata. E già si prefigurava, completata la laboriosa digestione, di gustare con rinnovata gola il pranzo di Santo Stefano…

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