QUELLA TERRIBILE ESPLOSIONE DEL 29 GIUGNO 1521

di Carlo Radollovich

Erano le due di notte quando a Milano, nel corso di un forte nubifragio (“horribile tempo con sajette”, scrissero i cronisti dell’epoca), un fulmine centrò il deposito delle polveri da sparo che erano state allogate in grande quantità nella torre centrale del Castello Sforzesco.

L’esplosione che ne derivò, di inaudita violenza, provocò la morte di trecento soldati, compresi il castellano e il comandante militare. Ma anche l’intera città fu tremendamente scossa da questo sussulto che appariva inspiegabile. Svegliati di soprassalto, alcuni milanesi ipotizzarono un improvviso castigo di Dio; altri cittadini, i più anziani, pensarono ad una forte scossa tellurica, ricordando il terremoto del 7 maggio 1473.

La torre del castello, detta del Filarete, andò completamente distrutta e per la sua ricostruzione si dovette attendere sino al 1905, quando l’architetto Luca Beltrami, sulla base di antichi disegni, fu in grado di erigerla nuovamente (vedi foto).

Ma a proposito dell’esplosione, che cosa si fantasticava e che cosa si narrava tra il popolino in quei giorni? Desiderio di creare un mix tra leggenda e verità?

Ci si rifaceva al maresciallo di Francia Odet de Foix, conte di Lautrec, che aveva assunto il governatorato di Milano nel 1516. Egli era disturbato da diverso tempo da una riproduzione in rame di San Michele Arcangelo posta sulla cima del campanile della chiesa di San Gottardo. Tale figura metallica si muoveva a seconda dei colpi di vento che spiravano e, con il suo cigolio, svegliava in continuazione Odet de Foix che aveva un sonno leggerissimo e che riposava in una stanza assai vicina.

Egli voleva in cuor suo eliminare l’Arcangelo, ma, essendo superstizioso, non voleva prendersela direttamente con una figura religiosa. Per questo motivo incaricò un artigliere svizzero, carcerato presso il Castello, di abbattere la riproduzione metallica. In cambio, avrebbe concesso la libertà sua e quella della fidanzata. L’artigliere si preparò presto a sparare, prese la mira da una posizione assai favorevole e, con un solo colpo, centrò in pieno l’Arcangelo staccandone la testa.

L’accordo prevedeva che, la mattina seguente, i due fossero liberati con un salvacondotto. Ma il governatore fece marcia indietro. Confinò lo svizzero in una cella nella parte alta del castello e volle che la sua fidanzata, bellissima, partecipasse ad una festa “speciale” organizzata in una piccola sala. A tarda notte, l’artigliere udì grida disperate e riconobbe la voce della donna. Egli armò di nuovo la bombarda che ancora si trovava presso di sé ed espresse tutta la sua feroce rabbia facendo partire un colpo verso il deposito ricolmo di polveri da sparo, facendolo saltare in aria…

Non si sa quale sorte fosse toccata allo svizzero e alla sua fidanzata, ma è certo che San Michele Arcangelo poté riavere la testa (che comunque qualcuno aveva mozzato) soltanto in occasione dei restauri effettuati nel 1735.

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