Scoperto un marcatore utile per lo sviluppo di terapie contro l’insorgenza dell’epilessia

di Giovanna Guiso

Attraverso l’impiego di un modello animale che riproduce ciò che accade nel cervello umano in seguito a un insulto cerebrale in grado di portare allo sviluppo di epilessia, è stato identificato un marcatore di epilettogenesi nell’attività elettrica del cervello registrata con l’elettroencefalogramma.

Il risultato di questa ricerca, ottenuto grazie a un particolare tipo di analisi matematica eseguita con sistemi di calcolo avanzati, è stato pubblicato sul numero di agosto di Scientific Reports (http://www.nature.com/articles/srep31129), una delle riviste scientifiche del prestigioso gruppo editoriale Nature. La ricerca è stata condotta dal dott. Massimo Rizzi nel Dipartimento di Neuroscienze dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano, in collaborazione con un gruppo di ricercatori Israeliani.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ogni anno, nel mondo, 2,4 milioni di persone si ammalano di epilessia. Per quasi un milione di queste la patologia insorge a seguito di danni cerebrali provocati da incidenti, ictus, infezioni e prolungate esposizioni a sostanze tossiche, solo per citare alcune delle cause più frequenti.

A oggi, non è ancora possibile individuare i soggetti predisposti alla malattia, e se anche lo fosse, sarebbe inutile poiché non esistono terapie di prevenzione, ma solo di contenimento dei sintomi (le convulsioni).

La difficoltà nello sviluppare terapie in grado di prevenire l’insorgenza dell’epilessia nelle persone a rischio, è dovuta alla mancata identificazione nell’ambito della ricerca clinica e pre-clinica di un “marcatore di epilettogenesi” ossia un evento la cui misurazione possa permettere di distinguere quali soggetti svilupperanno la malattia. Inoltre, ed è l’aspetto più importante, questo marcatore deve essere sensibile a un eventuale trattamento terapeutico potenzialmente in grado di prevenire lo sviluppo dell’epilessia, per dare una chiara indicazione sull’effetto della nuova terapia.

Questo studio ci ha permesso di confermare ciò che avevamo ipotizzato in un nostro precedente lavoro. Siamo riusciti a dimostrare che, in linea di principio, le informazioni racchiuse nell’attività elettrica del cervello – ha dichiarato il dott. Massimo Rizzi – potrebbero essere sfruttate per accelerare lo sviluppo di terapie realmente anti-epilettiche, oltre che per approfondire in modo rilevante le conoscenze sui meccanismi che portano all’insorgenza della malattia. Come presidente di ARCEM sono soddisfatto del contributo che la nostra associazione  ha dato a questo lavoro – continua Rizzi – coprendo integralmente le spese di pubblicazione richieste da Scientific Reports per rendere l’articolo liberamente disponibile a qualunque ricercatore. Ciò permette, in linea con la mission di ARCEM, la massima divulgazione delle idee tra gli scienziati di tutto il mondo, a vantaggio della ricerca e quindi, in ultima analisi, dei pazienti”.

 

 

 

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