Aiutare i terremotati e il sentimento dell’empatia

di U. Perugini#

Siamo tutti vicini agli abitanti del Centro Italia colpiti dal terremoto di qualche giorno fa. Purtroppo, in Italia siamo tristemente abituati ad assistere a tragedie di tanto grande portata. Siamo anche abituati a vedere all’opera, appena qualche istante dopo il disastro, gli sciacalli che tra le macerie e i corpi ancora caldi delle vittime frugano e rubano quel che trovano di valore.

E siamo abituati anche a coloro che, un minuto dopo il terremoto, si sfregano le mani sorridendo e pensando ai possibili guadagni della ricostruzione. Sia i primi che i secondi, soprattutto questi ultimi, nonostante la scandalizzata reazione dell’opinione pubblica non pagano o pagano poco (l’esempio dell’Aquila è evidente).

Eppure, gli Italiani sono un popolo di persone generose e altruiste, portate alla solidarietà, con una grande rete di volontari. E anche chi non rientra in queste categorie si sente in dovere di dimostrare empatia. Questa parola, empatia, oggi è di moda. Cosa significa? Significa connettersi in tempo reale al resto del mondo, vivendo e provando emozioni comuni davanti a catastrofi, guerre, calamità naturali, ecc. Ma l’empatia – stiamo attenti – è un’altra di quelle trovate che servono a farci sentire migliori anche se non lo siamo affatto.

La condivisione del dolore e della morte non ci rende necessariamente più sensibili alla concreta sofferenza altrui e spesso il sentimento dell’empatia nasconde soprattutto egoismo, cioè sollievo e consolazione per non trovarci noi in quelle terribili condizioni (case distrutte, parenti morti sotto le macerie, futuro incerto, ecc.).

E’, in altri termini, il sentimento di essercela scampata, di averla fatta franca, di essere tutto sommato privilegiati e con tali premesse anche la nostra donazione (che va fatta in ogni caso, sia chiaro!) assume quasi il senso di un gesto doveroso e, forse apotropaico, di liberazione e di ringraziamento, che costa poco e mette a posto la nostra coscienza.

Quello che vogliamo dire è semplice. L’empatia dei singoli individui serve a poco. La condivisione sociale, vissuta esclusivamente a livello personale, non è inutile perché se favorisce le donazioni si traduce in aiuti economici molto importanti in tali circostanze, visto che lo Stato spesso latita. Ma, alla base, vi è una socialità istintiva, conformista, acritica, addomesticata, superficiale.

Bisogna passare dalla visione personale e individualista a quella sociale e pubblica. Per arrivare a costituire una civiltà veramente empatica. Per far questo occorre una progettualità tutta interna alla società e alla politica che, tra le altre cose, faccia della prevenzione per quanto riguarda le catastrofi naturali, come il terremoto, una condizione assoluta e primaria, fatta salva l’imponderabilità di certi fenomeni.

Ma soprattutto è necessario che tale progettualità diventi capace di promuovere un senso di appartenenza a una comune società e umanità. Che ci faccia crescere dal punto di vista sociale, abbandonando logiche troppo individualistiche e personalistiche.

 

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