Sala e Parisi. Un nuovo gioco: trova le differenze

di Remo Righi*

Diciamolo sinceramente, la corsa alla poltrona di Sindaco a Milano tra Giuseppe Sala e Stefano Parisi è complicata soprattutto dal fatto che le differenze programmatiche e di tipo economico tra i due contendenti non sono troppo rilevanti, se si esclude un certo linguaggio diverso. Tanto che sembra che nessuno dei due si azzardi a criticare il programma dell’altro perché significherebbe attaccare il proprio e analogamente nessuno sottolinea i meriti della propria piattaforma politica perché significherebbe tessere le lodi di quella proposta dagli altri.

Che sta succedendo, insomma? Questa omologazione è un fenomeno che ormai è nato a cominciare dalla caduta del muro di Berlino, dalle politiche europee, dalla moneta unica, dai vincoli di bilancio. Alla stessa stregua si è andata annacquando la differenza tra destra e sinistra.

Mentre, al contrario, si sta verificando uno spostamento dell’asse su alcuni temi caldi quali quelli dell’immigrazione e del rifiuto della unione europea che sono stati cavalcati dai partiti cosiddetti populisti (di destra o sinistra) che stanno dovunque riscuotendo grandi risultati: pensiamo a Podemos o agli Indignatos in Spagna, alla Lega o ai Cinquestelle in Italia, all’estrema destra xenofoba in Austria, ma anche in Francia e Germania.

Insomma, escono allo scoperto partiti che hanno un bagaglio ideologico ridotto o inesistente per storia e cultura e quindi possono essere visti dalla gente come più competitivi anche perché sfruttano abilmente certe paure diffuse della gente.

In compenso, come avviene per le liste di Sala e Parisi a Milano – al contrario di quello che sta succedendo a Roma –  si assiste a una polarizzazione su posizioni moderate che finiscono per inglobare un po’ tutto l’universo politico esistente (tranne alcune rare eccezioni), coalizioni che mirano alla più ampia convergenza programmatica possibile.

Di fronte a questo scenario, l’elettore medio – come il sottoscritto – si trova ad avere parecchie perplessità, anche perché, nonostante alcuni proclami, resta il dubbio che di programmi si parli sempre meno e prevalgano accuse reciproche di incompetenza, disonestà, corruzione, che alla fine delegittimano tutta la classe politica nel suo insieme.

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