Al San Babila “Il Volpone” con Corrado Tedeschi fino al 20 marzo

di UP

Corrado Tedeschi alla fine dello spettacolo che racconta gli intrighi, gli inganni e i doppi giochi orditi da Volpone, in combutta con il parassita Mosca, suo servitore, per ingannare tre pretendenti all’eredità, afferma ironicamente che gli avvenimenti descritti, truffe, mercimoni e prostituzione, per fortuna oggi non ci sono più.

E’ una battuta, ma la cosa tragica è che allora, almeno, una giustizia, per quanto imbellettata, precaria, anch’essa corrotta, riuscirà a colpire indifferentemente, pur comminando pene assurde e fantasiose (“corna d’asino”), tutti i protagonisti della storia, senza distinzione. Sia i tre pretendenti, disposti a tutto pur di entrare in possesso dei beni di Volpone, che lui stesso, che forse è il meno colpevole (“Io mi glorio di più della scaltrezza con cui acquisto la mia ricchezza che non del felice possesso”), e naturalmente il parassita Mosca. Ai giorni nostri, purtroppo la giustizia probabilmente non avrebbe punito nessuno o il processo sarebbe finito in prescrizione.

La commedia di Ben Jonson mette in scena il grottesco dei comportamenti umani, e come una favola di Esopo i principali difetti dell’umanità, prima di tutto la cupidigia, caratterizzando i protagonisti con nomi di animali: volpe, corvo, avvoltoio. Lo scopo dello scrittore inglese era quello di stimolare al riso gli spettatori, avendo al contempo finalità etiche e didascaliche,  mettendo alla berlina certi tipi e certi comportamenti sconvenienti, inserendoli nella cornice di una città, un po’ esotica e viziosa, come Venezia, anche per evitare eventuali censure.

Bisogna dire che la realizzazione del lavoro del regista Cristiano Roccamo non convince del tutto. Gli attori si impegnano a caratterizzare, primo fra tutti Corrado Tedeschi, i loro personaggi, facendoli diventare talora vere e proprie maschere. I processi sono il momento più divertente con le arringhe dell’avvocato Voltore, dotato di un eloquio pieno di divertenti strafalcioni (“parla come Di Pietro”) e quello finale dove la verità non viene comunque colta in pieno perché confusa dalle infinite reti di simulazioni che la invischiano.

Il pubblico, soprattutto quelli di bocca più buona, ridono spesso alle battute estemporanee e a un certo turpiloquio contemporaneo con cui gli attori di tanto in tanto infarciscono i loro dialoghi, che spesso appare una stonatura gratuita. La scenografia di ambientazione secentesca non cambia (stanza da letto del malato Volpone, verone dove si affaccia la bella Clelia, tribunale, ecc.) con scambi rapidi di scena. Alla commedia non manca il ritmo, ma forse vien meno la capacità e la forza di suscitare il riso “terapeutico” che auspicava l’Autore, che dovrebbe scaturire dalle contraddizioni dei comportamenti degli uomini, probabilmente perché gli spettatori di oggi sono smaliziati e disillusi, e si rischia di scivolare invece verso una farsa, talora anche un po’ grossolana.

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