Shoah, conoscere per non dimenticare. Ne parla Bruno Segre

di Ugo Perugini

Bruno Segre, storico e saggista, testimone della shoah, è stato ospite della Casa Editrice Terra Santa e ha risposto ad alcune domande rivoltegli da Carlo Giorgi, redattore della rivista Terrasanta. Noi abbiamo riportato in sintesi le sue risposte.

Cos’è la Shoah per gli ebrei?

La shoah, cioè la progettata distruzione di una minoranza etnica, non ha riguardato solo tedeschi ed ebrei ma ha rappresentato un fenomeno europeo. Si può dire che quanto accaduto in Italia ha coinvolto un numero di persone decisamente più ridotto rispetto a quello degli ebrei della Polonia dell’Est e dell’ex Unione Sovietica. In questi Paesi viveva la maggioranza degli Ebrei. La shoah la si potrebbe definire come una specie di auto amputazione che l’Europa ha inflitto a se stessa, eliminando un’intera civiltà con una storia millenaria alle spalle, una sua lingua, delle tradizioni, una cultura propria. In altri termini, la struttura geopolitica del mondo ebraico ha cambiato volto dopo il 1939 e in Europa è rimasta solo una piccola parte di ebrei, la maggioranza ha preso due direzioni, lo Stato di Israele e il Nord America, venendo a costituire comunità molto diverse tra loro.

La concessione della cittadinanza italiana

Noi siamo una famiglia ebrea di origine piemontese. Prima del 1848 i miei vivevano nel ghetto di Torino, che ancor oggi è in parte visibile, poi con la Costituzione concessa da Carlo Alberto di Savoia nel 1848 il Regno di Piemonte e Sardegna concesse agli ebrei e ai valdesi la cittadinanza. Che durò per 90 anni fino a quando nel 1938, con l’entrata in vigore delle leggi razziali fu tolta. Per assurdo, le leggi emanate dal Fascismo furono più efferate di quelle naziste ma, forse per il carattere meno inflessibile degli italiani, la loro applicazione non fu così dura. A Roma l’apertura del ghetto avvenne invece nel 1870 con la Presa di Porta Pia e gli Ebrei, non più isolati, iniziarono un rapido processo di secolarizzazione.

La domanda di discriminazione

L’anno successivo ai Patti Lateranensi vennero definiti i rapporti tra Stato e comunità israelitiche. Se un ebreo non voleva far parte di queste comunità doveva fare abiura. Nel 1938 con l’entrata in vigore delle leggi razziali, io venni bandito da tutte le scuole italiane. Mio padre, l’ho saputo solo recentemente, aveva fatto domanda di discriminazione (termine che ha un significato rovesciato rispetto a quello che intendiamo oggi). Potevano fare tale domanda gli ebrei che erano in grado di vantare qualche benemerenza di regime (cariche particolari o partecipazione ad eventi storici, come la Marcia su Roma). Mio padre non aveva benemerenze di questo tipo e, correttamente, nella sua domanda chiedeva semplicemente due cose. Che gli fosse restituito l’onore dell’italianità e che i suoi figli potessero frequentare la scuola pubblica.

Lo sfollamento

Mio padre ricevette la risposta dal Prefetto di Milano il 22 giugno del 1941. Due giorni dopo morì. E’ molto probabile che la sua scomparsa sia attribuibile a questo rifiuto. Nel frattempo, agli ebrei veniva impedito di svolgere qualsiasi attività professionale. Mia madre, che conosceva perfettamente tre lingue, continuava a lavorare traducendo in modo anonimo testi per una casa editrice di Milano (la Domus). Nel 1942, dopo il bombardamento degli inglesi sulla città, ci rifugiammo in un piccolo paese vicino a Bergamo, San Vigilio. Io continuavo a frequentare la scuola da privatista e mia madre proseguiva il suo lavoro clandestino di traduzione. Nell’autunno del 1943 arrivarono i Tedeschi a Bergamo. Ma a quel tempo noi non sapevamo nulla della Shoah.

La fuga ad Ascoli Piceno e la fine della guerra

Una sera venne da noi una persona, un tale Mazzucchelli, che aveva sposato una donna ebrea, il quale ci comunicò che sua moglie era stata arrestata dalle SS. Capimmo immediatamente che dovevamo andarcene. O entrare in Svizzera o andare nel Sud d’Italia dove stavano avanzando gli angloamericani. Scegliemmo la seconda soluzione perché la Direttrice della casa editrice, che era amica della mamma, le suggerì di andare ad Ascoli Piceno, dove aveva dei parenti e amici che ci avrebbero aiutati. In effetti, non fu così. Ci adattammo all’inizio in una locanda, poi questa venne requisita dai Tedeschi e fummo ospitati in casa di uno scalpellino anarchico dove rimanemmo nascosti per nove mesi. Nel frattempo i Tedeschi erano a Cassino sul fronte della linea Gustav. Per fortuna, le truppe alleate dopo numerosi e drammatici scontri ebbero la meglio. Nell’estate del 1944, io e mia sorella sostenemmo un esame “farsa” per l’ammissione alla prima liceo classico. In questo modo io guadagnai un anno e potei diplomarmi al liceo Parini di Milano a soli diciassette anni. Solo in quel periodo, cioè nell’estate del 1944, venimmo a conoscere quella che era stata la shoah. I campi di sterminio erano strutturati come vere e proprie fabbriche e l’eliminazione delle persone avveniva attraverso un processo industriale che culminava con il “prodotto finito”, cioè il passaggio delle vittime nei forni crematori. In tutto questo orrore, però, vi sono state persone che io ricordo con affetto. Quel signor Mazzucchelli che ci avvertì in anticipo. Lui sperava di rivedere la moglie che invece venne subito uccisa nella strage di Meina. Lo scalpellino anarchico, che ospitandoci rischiò la vita sua e dei suoi famigliari, la Direttrice di Domus che ci aiuto a fuggire. Ma i gesti di generosità nei confronti degli ebrei, per fortuna, sono stati tanti. I cosiddetti “giusti” infatti si trovavano anche nella stessa Germania. Al termine della guerra, migliaia di ebrei erano riusciti a salvarsi, vivendo come topi nelle fogne delle città tedesche, nella stessa Berlino. E questo non sarebbe successo senza la complicità di molti degli stessi abitanti.

Perché è importante non dimenticare?

Uno dei rischi che corre la shoah è proprio il negazionismo. Cioè la teoria per cui questi terribili avvenimenti siano da ricondurre a fenomeni legati alla guerra, non frutto di una diabolica e premeditata teoria di sterminio di una razza. D’altra parte, occorre tenere conto che il primo libro realizzato da uno storico americano sull’argomento, attraverso la ricostruzione storica effettuata su una ricerca negli archivi della Gestapo, risale al 1960. Cioè ben quindici anni dopo la conclusione della Shoah. Periodo in cui il negazionismo ha potuto trovare spazio, tanto che ancora oggi sono diversi i docenti, anche in Italia, che alimentano queste teorie dalle loro cattedre. Oggi, tra mitologia e mistificazione non è facile trasmettere ai giovani questo messaggio. E’ anche sbagliato parlare di unicità della shoah quando purtroppo siamo tutti stati testimoni di casi analoghi con stragi e stermini di altre popolazioni in nome di principi di razza. Occorre mettere in guardia tutti, ma i giovani in particolare, sul fatto che mostruosità del genere possano ripetersi.

I ricordi con il tempo trascolorano. Ma certi avvenimenti non si cancellano mai ed è nostro dovere non dimenticarli. A questo proposito, durante l’incontro, è stato presentato anche il progetto “Shoah, conoscere per non dimenticare”, un’iniziativa che parte in concomitanza con la giornata della Memoria, quel 27 gennaio del 1945, quando le truppe sovietiche liberarono il campo di concentramento di Auschwitz, e che, attraverso 25 pannelli, evocativi e non solo descrittivi, si ricordano i fatti salienti dello sterminio degli ebrei avvalendosi di testi, immagini, commenti, informazioni. Questi i temi principali: Le origini della Shoah, gli ebrei di fronte alla Shoah, la vita nei campi di concentramento, dalla liberazione ad oggi. Una mostra, realizzata, sotto la guida dello stesso Segre, da due giovani studiose, Francesca Cosi e Alessandra Repossi, che può essere richiesta – acquistata o noleggiata –  da scuole, parrocchie, centri culturali.

Banner mostra Shoah

E ricordiamoci sempre che la memoria rende liberi.

Per informazioni e prenotazioni sulla mostra: Edizioni Terra Santa, Ufficio Mostre, via Gherardini 5 Milano, tel. 02 34592679 mail: eventi@edizioniterrasanta.it

Nella foto, alcune immagini di Anne Frank

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