TEATRO LIBERO: “U PARRINU” DI CHRISTIAN DI DOMENICO

di Ugo Perugini

Al Teatro Libero di via Savona 10, per la Rassegna “Palco Off”, Autori, attori, storie di Sicilia, Christian Di Domenico racconta la storia di don Pino Puglisi, assassinato a sangue freddo dalla mafia con un colpo di rivoltella alla nuca, il 15 settembre del 1993. Un prete amico di famiglia, uomo di Chiesa, maestro di scuola, dal quale ha imparato ad apprezzare i valori importanti della vita.

Ma, contemporaneamente,  Christian racconta la storia della sua vita, il suo rifiuto dei preti, tutti senza distinzione, come reazione istintiva a una terribile esperienza occorsagli quando era ragazzino: la violenza da parte di un prete pedofilo, mai elaborata del tutto. E il conseguente, grande rimorso per non avere avuto il tempo di rivelare a don Pino, prima che venisse ucciso, quel terribile segreto, che l’aveva angosciato e costretto a scelte sbagliate, come la fuga da casa.
Il racconto che Di Domenico ha scritto, diretto e interpretato ha anche questa valenza, una funzione liberatoria. Essere riuscito finalmente, dopo tanti anni, a misurarsi con quella terribile esperienza e a superarla. E a questo processo  ha indubbiamente contribuito la beatificazione di don Pino Puglisi e l’impegno di Di Domenico, nel frattempo diventato attore, a raccontare la vita di quel prete che lui aveva avuto il privilegio di conoscere e che gli aveva insegnato l’importanza del perdono.
Don Pino Puglisi, in effetti, era un prete strano, anticonformista. Un rompiscatole, come si definiva lui stesso, uno che le cose le voleva cambiare sul serio con i fatti non a parole. Uno che stava dalla parte dei più deboli, soprattutto dei più piccoli, perché voleva che reagissero alla violenza di una cultura mafiosa che penetrava fino al midollo delle persone e perché  capissero che si può e si deve vivere in modo onesto, senza violenze, nella legalità e nel rispetto degli altri.
A vederlo non sembrava nemmeno un prete, vestiva in modo normale, portava sempre i pantaloni; aveva mani, orecchie, piedi grandi, lui diceva per accarezzare meglio, ascoltare meglio e arrivare prima dove c’era bisogno di lui. Aveva anche pochi capelli: la pelata gli serviva per riflettere meglio la luce divina, affermava sorridendo. Nella sua modesta casa aveva alla parete un orologio senza lancette: inutili, perché lui si dedicava a Cristo a tempo pieno.
Dovunque è stato, don Pino ha cercato di portare il messaggio di Cristo. Del Cristo uomo, che come noi ha paura, ma sa andare fino in fondo. Dalla sua esperienza a Godrano, un piccolo paese della provincia palermitana, fino al quartiere Brancaccio di Palermo, zona ad altissima densità mafiosa e praticamente abbandonata dalle istituzioni, senza luce, scuole, strutture sanitarie, dove fece costruire il centro di accoglienza “Padre Nostro” e cercò di bonificare la struttura di via Hazon, abbandonata e ricettacolo di malavita, prostituzione.
Questo prete, che nel 2013 è stato beatificato, diceva che i santi non sono delle reliquie da venerare, sono uomini e donne come noi che cercano solo di fare il loro dovere. E, infatti, don Puglisi ha affrontato tutte le difficoltà della sua vita con determinazione, perché quando era il caso si arrabbiava sul serio, ma anche con un sorriso. Persino, al momento di morire pare che abbia sorriso ai suoi carnefici.
Don Puglisi non faceva sconti a nessuno. Né alle istituzioni né tantomeno ai mafiosi. In una manifestazione del Comitato Intercondominiale, salendo a parlare ai convenuti si accorse che in prima fila c’erano i soliti uomini politici, notabili, imprenditori, personalità della città, venuti più che altro per raccogliere voti. “Che ci fate voi qui!”, pare abbia tuonato con rabbia al loro indirizzo, raggelando l’uditorio.
Ma erano gli ultimi giorni della sua vita. Minacce, attentati, violenze, “abbruciamenti”. Ormai, don Pino era considerato lo “sbirro” e doveva essere eliminato su ordine del clan Graviano. Tutto avvenne una sera. Fu Salvatore Grigoli, detto il cacciatore, a premere il grilletto. Sembra che don Pino abbia esclamato sorridendo: “Vi aspettavo”. Ma siamo certi che non c’era rassegnazione in quelle parole. Forse, solo l’amara costatazione di chi comunque aveva avuto il coraggio di provarci a cambiare le cose, anche a costo di rimetterci la vita.

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