PALAZZO MARINO: ADORAZIONE DEI PASTORI DI RUBENS

di Ugo Perugini

A Palazzo Marino – Sala Alessi – dal 3 dicembre al 10 gennaio 2016 – sarà possibile visitare gratuitamente la grande opera di Rubens “Adorazione dei pastori” che arriva direttamente dalla Pinacoteca Civica di Fermo. L’iniziativa è stata resa possibile grazie ai contributi di Intesa San Paolo e La Rinascente. La scoperta di questo capolavoro realizzato da Rubens la si deve al critico d’arte Roberto Longhi nel 1927.

Rubens piace perché in fondo è un istintivo. Un’affermazione del genere potrebbe sembrare provocatoria. Ma voglio spiegarla. Rubens appartiene alla scuola fiamminga. Questo lo si capisce dalla capacità di riprodurre e soffermarsi sui particolari, dalla passione di lavorare con cura sulle superfici, che siano oggetti o essere umani, con il gusto di cogliere la realtà, la vita pulsante che ci sta sotto. Dalla vigoria dei colori che sembrano animarsi al loro interno quando prendono forma. Dalla ricchezza estetica, nel suo più puro valore edonistico, che sarà uno dei principali canoni dell’arte barocca.

Per altri versi, però, si sente prepotente dentro Rubens il piacere di dipingere allo stato puro, una sorta di frenesia del tocco, una generosità innata e spontanea del gesto (ricordiamo che il suo biografo la definì: “furore del pennello”), che gli derivava anche dal fatto che chi gli commissionò l’opera gli lasciò piena libertà espressiva. Ma, contemporaneamente, il suo procedere è sempre molto sorvegliato, come se le atmosfere dei miti della classicità che gli arrivavano dalle esperienze umanistiche dei suoi soggiorni italiani e dalla lezione dei Carracci, avessero potuto fondersi con il vigore prepotente e sanguigno del Caravaggio, in un cocktail armonico.

Questo lo si nota in particolare proprio nell’Adorazione. Un quadro al quale lavorò in tre mesi. E ci immaginiamo con quale ardente e incontenibile frenesia. Lo si capisce dalle pennellate, dense, dritte, precise, senza ripensamenti, di chi riproduce un disegno non perché ha sotto la tela un cartone ma perché ce l’ha già tutto in testa. Tutto già pronto, proporzionato, equilibrato, come una formula magica che va solo svolta, risolta, portata alla luce. Aveva in mente dei riferimenti, è ovvio, ad esempio un’opera di analogo soggetto del Correggio, ma Rubens qui trova la strada del suo originale modo espressivo.

E, a proposito di luce, come non restare incantati di fronte al bambino che emana quel fulgore magico. Pensiamo solo all’effetto che avrà avuto nei confronti dei suoi contemporanei che il quadro, grande e imponente com’è, lo vedevano nella chiesa, riverberato soltanto dalle numerose candele, le cui fiammelle ondeggiavano creando altri giochi di luce e perfino illusioni ardite di movimenti delle figure. Oltre a creare un’atmosfera di calda intimità che fari e faretti spesso oggi distruggono irrimediabilmente (anche se non è il caso per la mostra di Milano). Con la luce Rubens ebbe in certi momenti un rapporto per così dire conflittuale. L’aveva definita “sciagurata” tanto da preferire in certi casi il buio come punto di partenza dal quale fare emergere le sue figure illuminate.

Insomma, l’Adorazione dei Pastori è un’opera che va vista. Sia per i richiami di devozione che suscita ma anche per prepararci alla Mostra, che si terrà a fine 2016 e che vedrà ancora il grande pittore fiammingo protagonista, dal titolo “Rubens e la nascita del barocco”.

Da segnalare che sull’opera è stato realizzato un catalogo, edito da Marsilio, che raccoglie i testi della curatrice Anna Lo Bianco e di alcuni suoi collaboratori.

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