NINA, POCO AMANTE, MOLTO GOVERNANTE, AL SAN BABILA

di Ugo Perugini

Torna “Nina” di André Roussin e ci si diverte ancora. Al San Babila, fino al 6 dicembre, in scena con l’interpretazione di Vanessa Gravina, Edoardo Siravo, Riccardo Polizzy Carbonelli, Carlo di Maio e Fabio Vasco.

La forma di questo tipo di commedia non può essere che il triangolo, l’immarcescibile triangolo (marito, moglie, amante). Ma, in questo caso, la soluzione  finale arriva inaspettata con un imprevedibile “ménage-a-trois”.

Andiamo con ordine. Gerardo, impenitente seduttore, riceve la visita del marito di una sua amante che si è accorto della tresca e lo vuole uccidere. Ma la cosa non accade. Con l’arrivo di Nina, la moglie fedifraga, però, le cose si complicano. Lei domina la scena e marito e amante finiscono per diventare amici, tanto da decidere di liberarsi proprio di lei. Ma anche questo non accade. Al contrario, Nina, che avrebbe voluto sposare l’amante e lasciare il marito, si decide a scegliere la soluzione più comoda di un rapporto a tre che non dispiace a nessuno.

André Roussin con la sua “Nina” rappresenta un tipo di teatro borghese che regge nel tempo, malgrado tutto, perché non sono pochi coloro che continuano ad apprezzarlo, anche se i motivi per cui lo fanno credo non siano più quelli di un tempo.

La bonaria, spiritosa satira della buona borghesia gaudente che, pur rispettando formalità e apparenze, si lascia andare a trasgressioni amorose, infedeltà, tradimenti, con tutto quello che segue, dal punto di vista teatrale, in termini di allusioni, equivoci, ambiguità, oggi, non ha più molto senso.

Se possono attirare ancora certe situazioni portate all’eccesso dal solito, classico (trito) triangolo, è indubbio che queste commedie hanno però perso tutta la loro capacità di mettere alla berlina, tra l’altro, la cortina di ipocrisia di una classe borghese, di cui si è persa l’identità, e i suoi costumi e rituali spesso licenziosi.

Se guardiamo ancora oggi queste commedie, ne apprezziamo altre componenti: le situazioni, spesso da pochade, che si vengono a creare, al limite dell’assurdo; il linguaggio spiritoso, che appare in certi casi surreale; le schermaglie verbali sempre controllate, attraversate da un filo di ironia; le battute, mai volgari, sempre gestite con garbo e leggerezza; i personaggi, decisamente poco realistici, che pur disposti a gesti estremi, rispecchiano le abitudini della propria classe e si fermano prudentemente alle apparenze.

Letta così, anche la commedia borghese di Roussin ha qualche senso. E non ci si stupisce se la Nina portata in scena, con un atteggiamento fin troppo “sostenuto”, da Vanessa Gravina – sotto la regia di Pino Strabioli e Patrick Rossi Gastaldi – più che affascinante e dissoluta amante prenda piuttosto le fattezze, di volta in volta, di una burbera governante, di una assennata crocerossina, di  una risoluta maestrina.

Quel che è certo è che la donna su questo campo stravince. Da questa operazione, emergono piuttosto le contraddizioni dei personaggi maschili, le loro meschinità, le loro paure, le loro speranze, i loro desideri, ma anche il bisogno di senso (“Faccio una vita idiota”, dice l’amante a un certo punto). Anche se qualsiasi scavo psicologico, pur velleitario che sia, è destinato in breve a naufragare.

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