CARRÉ D’ARTISTES: GAIA ROMA E LO STUPORE DELL’IMMENSO

di Ugo Perugini

Minuta, simpatica, occhi espressivi e vivacissimi, sorriso contagioso. Gaia Roma si è presentata così alla Galleria “Carré d’Artistes”, dove il 21 novembre ha esposto i suoi lavori. Lei è una ragazza di oggi che sa il fatto suo e anche di fronte all’arte non si lascia condizionare, compiendo scelte originali e personali, forse eccentriche, ma senza il compiacimento di chi non lo è in modo autentico.

 

E’ dall’epoca della tesi in Decorazione all’Accademia di Brera nel 2002, che dimostra il gusto di voler sfuggire ai luoghi comuni. L’argomento della sua dissertazione è la carta. Nulla di più banale se la si intende come supporto per l’arte. Ma Gaia capovolge l’ottica con cui affronta l’argomento e la carta da semplice “medium” per dipingervi sopra, diventa essa stessa strumento d’arte, portatrice intrinseca di un messaggio, per quanto per natura caduco e perituro.

 

Questa piccola “rivoluzione copernicana” da lei compiuta con leggerezza, significa, anche fuor di metafora, sparigliare le carte. E la forte spinta innovativa di Gaia Roma ce ne propone diversi di questi funambolismi, anche perché la sperimentazione resta il metodo preferito cui ricorre nel suo percorso creativo di ricerca artistica.

 

Eccola, quindi, applicare alle sue tele, realizzate con resine cementizie, strisce di colore che con il tempo prendono consistenza, grazie all’ossidazione di speciali metalli corten in rame di cui sono costituite (attraverso la formazione di ruggini), assumendo particolari sfumature, quasi sottolineature del tempo trascorso, che danno all’insieme prospettive imprevedibili.

 

Il carattere di Gaia è quello di una persona libera. Non ci sta a finire ingabbiata. Fin dall’inizio della sua attività artistica, dipinge su tele di grandi dimensioni. Tratteggia luoghi immaginari, cieli infiniti dove campeggiano nuvole in continuo, irrequieto movimento, poi deserti, oceani, spazi senza limiti, appena accennati, dove cominciano ad apparire figurine come omini stilizzati, nella serie “Minuzzoli”, realizzati su scampoli di tessuto, e balene, che si perdono in queste immensità.

 

Immensità che non è angoscia, si badi bene; al contrario, Gaia la interpreta come potenzialità assoluta di vita, attesa di qualcosa che potrà accadere, qualcosa di magico, dove l’immaginario onirico si può sfrenare senza barriera alcuna. Mentre le balene, le cui silhouette sono ricavate, ritagliandole da supporti di altri precedenti lavori, perse in quel “nulla” che poi è il “tutto”, sono esse stesse dei non luoghi, isole perdute e trovate, nelle quali si racchiude un mondo.

 

A parte i simbolismi che la figura mitica di questo animale si porta dietro, le balene rappresentano una specie di contraddizione: sono gli esseri viventi più grandi del creato ma anche l’esempio stesso della fragilità, visto che rischiano l’estinzione; però, quando abbiamo la possibilità di vederle da vicino, suscitano stupore sia per la loro mole sia per l’eleganza con cui dominano il mare, mostrando sulle onde il loro dorso sinuoso rilucente al sole.

 

Insomma, stringi stringi, ci si rende conto che nei lavori di Gaia Roma c’è, in notevole misura, quell’ingrediente che non è sempre facile trovare nelle opere artistiche. Intendiamo la poesia. La poesia che, come dice Pavese, non nasce dalla normalità delle nostre occupazioni, ma dagli istanti in cui alziamo la testa e scopriamo con stupore la vita. E Gaia Roma offre a chi andrà a vedere (e acquistare) le sue opere esposte presso la Galleria “Carré d’Artistes” di via Cuneo 5 la possibilità di scegliere quale “pezzo” di poesia su tela portarsi a casa.

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