HOMICIDE HOUSE:DOVE SONO FINITI GLI PSICOPATICI NORMALI?

di Ugo Perugini

Emanuele Aldrovandi, autore del testo teatrale “Homicide House” – vincitore del 10° Premio Riccione – mette in mostra un’inclinazione piuttosto sadica, anche se decisamente efficace, nella sua scelta drammaturgica.

Con il suo lavoro porta in scena un vero e proprio esperimento “in corpore vili” e le tavole del palcoscenico gli servono da laboratorio dove far muovere i quattro personaggi della storia, come cavie, esasperando certe situazioni fino all’eccesso per verificare le loro reazioni e per scavare nell’animo umano al fine di portare alla luce la quintessenza di alcuni sentimenti che stanno alla base del rapporto tra le persone: amore, rispetto, verità, ecc.

L’intreccio della storia, viste le finalità dell’autore, ha poca importanza. Ne diamo giusto un accenno: il protagonista, non potendo far fronte alle richieste del suo usuraio, per salvare moglie e figli, accetta di entrare in una casa, appunto homicide house,  dove verrà torturato e ucciso da una persona disposta a pagare a questo scopo. Ma le cose si complicano perché emergono anche rapporti sentimentali imprevedibili tra l’usuraio e l’aspirante assassina. E poi tra quest’ultima e la vittima. In un intreccio diabolico che si conclude con altri assassini e suicidi.

La storia è naturalmente assurda anche perché rappresenta solo un pretesto che consente all’autore di muoversi liberamente come lo scienziato che, tra storte e alambicchi, mescola sostanze diverse per osservarne le reazioni chimiche. L’atmosfera che si crea è in effetti molto rarefatta, ma, al contrario di quanto si possa pensare, i personaggi si muovono in modo credibile sulla scena e non manca loro l’humour e l’ironia necessari per dare allo spettacolo senso e verve.

L’esperimento – è proprio il caso di dirlo – ci sembra pienamente riuscito. Al di là di certi evidenti forzature della trama, si è potuto apprezzare la notevole qualità e profondità del testo che rende i dialoghi brillanti e non privi di originali spunti di riflessione. Davvero l’uomo riesce a dire la verità su se stesso solo se è minacciato di morte? E solo in questo caso, quindi, è possibile conoscere a fondo una persona?

Buona la recitazione dei quattro attori sulla scena: Valeria Perdonò, Marco Maccieri che è anche il regista del lavoro -, Cecilia di Donato, Luca Cattani, che, pur rappresentando stereotipi ben riconoscibili, hanno evitato di scadere in atteggiamenti eccessivamente caricaturali. Uno spettacolo che non lascia indifferenti e, pur nell’indubbia ricchezza di stimoli che è in grado di trasmettere, apprezzabile e gradevole.

In scena fino al 22 novembre al Filodrammatici, via Filodrammatici 1.

 

 

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