L’ATTENTATO A SAN CARLO E LE RELATIVE CONSEGUENZE

di Carlo Radollovich

La sera del 26 ottobre 1569, l’arcivescovo Carlo Borromeo stava celebrando la messa, alla presenza dei suoi familiari e del personale di servizio, sotto il portico superiore dell’Arcivescovado, poiché la sua cappella privata era fuori uso per lavori in corso.

Improvvisamente, senza dare nell’occhio, un uomo si avvicinò all’arcivescovo: estrasse l’archibugio nascosto sotto il mantello e gli sparò alle spalle. La ferita non si rivelò grave, per fortuna, ma il trambusto verificatosi a seguito del gesto criminale fu notevole e consentì all’attentatore di dileguarsi.

I presenti rimanevano shoccati dall’avvenimento e pure assai impressionati per la vista del sangue sui gradini dell’altare. In seguito, la pianeta dell’arcivescovo, perforata, fu venerata come reliquia e la pallottola, recuperata, venne collocata in una teca per poi essere donata alla chiesa di San Sepolcro. L’avvenimento ci ricorda gli spari di Alì Agca contro Giovanni Paolo II. Anche in questo caso il proiettile fu recuperato e in seguito incastonato nella coroncina che adorna il capo della statua della Vergine tanto cara a papa Wojtila (la Madonna di Fatima).

Le indagini effettuate a seguito del fattaccio in cui fu coinvolto Carlo Borromeo, misero in luce senza alcun dubbio che l’attentatore fu un certo Gerolamo Donati, detto il Farina, un ex frate dell’Ordine degli Umiliati, e, motivo decisamente grave,  si accertò che i mandanti erano stati alcuni prelati appartenenti all’Ordine stesso. Esecutore e mandanti furono imprigionati e condannati a morte. Ma la vicenda non terminò qui.

L’Ordine degli Umiliati era stato fondato nel XII secolo come confraternita di tessitori, Ordine fondato su regole religiose assai severe, la cui operosità concorse allo sviluppo economico del ducato di Milano. Tuttavia, con l’arrivo degli spagnoli a Milano, gli Umiliati, abbandonate le antiche regole, si arricchirono ben presto, conducendo una vita all’insegna della mondanità. Proprietari di molti terreni e di numerosi fabbricati, vivevano oziosamente di rendita.

Il cardinale Borromeo, interprete ben preciso della Controriforma, stava avviando un’opera moralizzatrice nei confronti di tutto il clero ambrosiano. Pertanto, anche sugli Umiliati, vennero avviate ispezioni, disposti alcuni trasferimenti di beni considerati non compatibili con l’Ordine stesso e revoche dei prevosti non residenti. Risultato: gli Umiliati vedevano il Borromeo come il fumo negli occhi e si appellarono a Roma e alle autorità politiche milanesi, sempre denigrando l’arcivescovo. Per la verità, il cardinale non intendeva porre fine all’Ordine, ma semplicemente riformarlo e rinnovarlo. Tuttavia, papa Pio V, da tempo venuto a conoscenza dell’archibugiata, decretò la sua soppressione nel febbraio del 1571. Contemporaneamente fu deciso che i beni degli Umiliati fossero assegnati ad altre istituzioni religiose, più povere e meritevoli.

 

 

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *