GENNARO CANNAVACCIUOLO INTERPRETA YVES MONTAND

di Ugo Perugini

Non è facile portare in scena la vita e le canzoni di un “mostro sacro” come Yves Montand, cantante, attore famoso, ma anche personaggio controverso. L’approccio a cui ricorre Gennaro Cannavacciuolo è quello più giusto: sdoppiarsi, diventando all’occorrenza narratore, distaccato dai fatti che descrive, e protagonista quando occorre calarsi anima e corpo nel personaggio.

Cannavacciuolo gestisce con scioltezza questi cambi di prospettiva e sa governare da par suo la scena. Anche se la voce non ha la profonda intensità di quella dello chansonnier francese, lui è in grado di ricrearne la passione, l’ironia, la leggerezza sfrontata, l’ammiccamento gaglioffo, con i quali l’artista sapeva ammaliare il suo pubblico.

Lo spettacolo, ricco com’è di canzoni famosissime che il pubblico conosce e apprezza, sa ricreare un’atmosfera particolare: basta citare Le feuilles mortes, A Paris, Sur le ciel de Paris, C’est si bon, A bicyclette, Paris canaille. Musiche che si intrecciano in modo naturale con la movimentata esistenza di Montand.

Dai suoi esordi con Edit Piaf, al primo film al quale partecipa, “Mentre Parigi dorme”, sceneggiato nientemeno che da Jacques Prevért, e che darà il la alla sua carriera di attore fino all’incontro con Simon Signoret, la donna che sposò e alla quale rimase legato per la vita. Matrimonio che non fu sempre facile, viste le scappatelle dell’artista – quella più famosa con Marilyn Monroe sul set del film “Facciamo l’amore” del 1960 – ma che durò fino alla morte di lei.

Cannavacciuolo non trascura nemmeno le sofferenze ideologiche dell’artista, comunista convinto, di fronte ai tragici avvenimenti dell’Ungheria prima e di Praga poi. Bella la rievocazione del pranzo di gala a Mosca al quale Yves partecipò insieme alla nomenklatura russa, e dove Kruscev ammise, come fatto naturale, i tremendi crimini commessi da Stalin. Montand, perdute le sue certezze, arriverà a cancellare, come dice lui stesso, “la pagina comunista della sua vita”, pur restando pacifista.

Il cinema ben presto coinvolse il cantante francese. E anche in questo ambito, egli si dimostrò artista completo e impegnato. Lo diressero registi del livello di Costa-Gavras, Renais, Lelouch, Godard. Ma la passione per il teatro-canzone non si affievolì. Pensava di tornare per un grande recital nel 1992 ma non fece in tempo. L’infarto lo fermò definitivamente qualche mese prima.

Cannavacciuolo rievoca gli ultimi momenti della vita del cantante francese che pensa al figlioletto di tre anni, avuto dall’ultima moglie Carole Amiel, che dovrà lasciare, senza però rimpianti per una esistenza lunga e felice. E cita una frase famosa di Prevert: “Bisognerebbe tentare di essere felici, se non altro per dare il buon esempio”, mentre passano le note di una delle canzoni più struggenti di Montand “Les feuilles mortes”.

Uno spettacolo, quindi, intenso, gradevole, anche per la bravura dei musicisti che hanno accompagnato Gennaro Cannavacciuolo nella sua prestazione, e che qui citiamo: Dario Perini, pianoforte, Andrea Tardioli, clarino-sax, Flavia Ostini, contrabasso e Antonio Donatone, batteria. Lo spettacolo, prodotto da Elsinor, resterà in scena fino al 15 novembre.

 

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