GLI USA: TRA DEMOCRAZIA E OLIGARCHIA

di U.Perugini

Per la corsa alla Presidenza degli Stati Uniti, in questo momento l’attenzione sembra decisamente concentrata su due protagonisti, vale a dire Bernie Sanders, autodefinitosi socialista, per i Democratici, e Donald Trump (nella foto), miliardario, per i Repubblicani. Diversissimi tra loro, quindi, anche se qualcosa li accomuna. Vediamo cosa.

Entrambi rifiutano il sistema di finanziamento delle campagne elettorali negli Usa. Uno per principio, stiamo parlando di Sanders, l’altro perché non ne ha bisogno, visto che dispone di risorse finanziarie sufficienti per sostenere le spese direttamente.

Sanders non vuole i soldi dei ricchi. Ha raccolto finora denaro dalla classe media, circa 400.000 contributori con una cifra di poco superiore ai 30 dollari a testa. Trump ha rifiutato, invece, 5 milioni di euro da un gestore di hedge fund perché non vuole fare come Jeb Bush che ha portato a casa oltre 150 milioni di dollari ma, probabilmente, se eletto, dovrà rendere conto ai finanziatori delle sue scelte politiche. Trump, insomma, non vuole essere obbligato a fare favori a nessuno ed è disposto a rimetterci di tasca propria fino a 100 milioni di dollari!

Una domanda sorge spontanea: ma questa può ancora essere definita democrazia?

Per capire quel che sta succedendo negli Usa bisogna tenere conto di due aspetti: il primo è che si amplia sempre di più il divario tra i super-ricchi, pochissimi, e la maggioranza delle persone; il secondo è che la Corte Suprema nel 2010 non ha messo limiti alle donazioni di privati, autorizzando in sostanza politici e gruppi di opinione ad accettare qualsiasi contributo, da qualsiasi parte esso provenga.

Noi abbiamo già parlato del problema della disuguaglianza sociale nel nostro Paese, ma negli Usa il fenomeno sta raggiungendo livelli assolutamente inconcepibili. Mentre le famiglie della media borghesia hanno visto nel tempo ridotto il loro reddito (quasi 5.000 dollari in meno dal 1999), lo 0,1% dei più benestanti possiede la ricchezza di oltre il 90% della popolazione. Un esempio eclatante: Sam Walton, fondatore della catena di supermercati Wal-Mart, ha accumulato oltre 149 miliardi di dollari.

Le recenti crisi hanno accentuato, anziché ridurlo, il fenomeno.

I super-ricchi hanno drenato la maggior parte della ricchezza prodotta negli ultimi anni. Un altro esempio: i 25 gestori di hedge fund nel 2013 hanno ottenuto guadagni per 24 miliardi di dollari, in pratica l’importo totale degli stipendi di 533.000 insegnanti delle scuole pubbliche.

E’ vero che gli Americani sono disposti ad apprezzare il successo delle persone che riescono a farcela e diventano ricche, piuttosto che lasciarsi prendere dall’invidia, ma le cose negli ultimi tempi sono andate nettamente peggiorando. L’ascensore sociale è quasi fermo e il cosiddetto “sogno americano”, cioè di chi dal nulla sale ai livelli più elevati della scala sociale, sta decisamente svanendo.

In questo quadro, c’è solo Sanders che chiede un aumento (per quanto modesto) delle tasse per i più ricchi. Gli altri candidati se ne guardano bene, anzi prospettano ulteriori agevolazioni fiscali. Siamo arrivati all’assurdo che ha segnalato qualche tempo fa il miliardario Warren Buffett, il quale ha ammesso che paga un’aliquota di imposta inferiore a quella della sua segretaria!

Donazioni libere. Un pericolo per la democrazia non una garanzia

Togliere qualsiasi limite alle donazioni – che è il frutto della legge votata dai Repubblicani (non poteva essere altrimenti) nella Commissione della Corte Suprema di cui abbiamo parlato sopra – sta creando situazioni paradossali. Chi l’ha votata sostiene che questa non è altro che una forma di libertà di espressione e di democrazia. Ma, in realtà, non è così. Qui, quello che contano sono gli interessi delle grandi imprese, dei vari potentati, dei pochi oligarchi che ora potranno condizionare in modo assolutamente incontrollabile la politica americana.

L’epoca di Obama che nel 2008 riuscì a prevalere con una campagna alimentata dal passaparola sul web e dalle piccole donazioni è decisamente tramontata. Anche se, poi, è corretto confessarlo, anche lui ha dovuto condizionare la sua politica dopo parecchi generosi interventi da parte dei super-ricchi di Wall Street: evitando, ad esempio, di intervenire, come sarebbe stato necessario, nei confronti dei rappresentanti della finanza e delle banche, che sono stati i principali artefici della crisi.

Oggi, negli Usa, la realtà è che vincerà le elezioni chi avrà più soldi a disposizione. E in un contesto di crescente disuguaglianza sociale, questo potrebbe portare a conseguenze molto gravi per la democrazia.

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