LE PAROLE E LA LUCE: INTRECCI FOTOGRAFICI E LETTERARI

di Ugo Perugini

Presentato alla Triennale il libro curato da Walter Guadagnini “Racconti dalla Camera oscura” alla presenza di Flaminio Gualdoni e Vincenzo Castella.

Letteratura e fotografia: che rapporti esistono tra queste due arti? Diversi e anche complessi. Walter Guadagnini, storico e critico della fotografia, ci invita a scoprirli, in un libro di cui è curatore, nel quale propone un’antologia di dieci racconti che hanno al centro la fotografia o la figura del fotografo. Molti di essi sono racconti gialli o di fantascienza.
Si parte da Hawthorne, che scrisse nel 1850, quindi poco più di una ventina anni dopo la scoperta della fotografia, fino a Calvino, passando per Hardy, Maupassant, Pirandello, Bioy Casares, Cortazar, Conway.
In questa rassegna di letterati, non si può dimenticare la posizione estrema assunta da Baudelaire che  definì la fotografia “una follia di massa”, mostrandosi da questo punto di vista decisamente conservatore, spinto in questa posizione reazionaria dal timore che con essa venisse sacrificata l’immaginazione dell’uomo.
Certamente, come sostiene Flaminio Gualdoni, all’inizio la fotografia veniva considerata come uno strumento oggettivo, che non dice bugie, che riporta la realtà così com’è, in contrasto con le strutture narrative, che sono l’arte della menzogna.
Il successo anche di massa dello stereoscopio (500.000 esemplari venduti nel giro di poco tempo) è difficile da metabolizzare anche per gli scrittori. Rappresenta una rivoluzione nello statuto dei modi di pensiero che privilegiano la creatività, la fantasia. Il gioco di Pigmalione, cioè creare una immagine tanto perfetta da sembrare vera, si incrina di fronte alla potenza di questo strumento. Anche nei racconti, quindi, la fotografia diventa “la macchina divina”, “lo sguardo dell’eterno”.
Ma gli stessi scrittori sono anche anticipatori di una nuova interpretazione dello strumento fotografico, quando si rendono conto che la fotografia può perdere il suo primato di oggettività e tornare ad avere una propria ambiguità espressiva, una valenza immaginaria, negromantica, surrealista, messa in evidenza, tra l’altro, dalla categoria del doppio, come nei racconti di Hardy e di Pirandello, ad esempio.
Interessante la sollecitazione di Vincenzo Castella, grande fotografo del paesaggio urbano, il quale riconosce in Parigi il luogo ideale di nascita della fotografia, nella attenzione riservata specialmente alla trasformazione urbana dei boulevard e vede nella narrativa di Joyce l’esponente principale degli scrittori che sanno guardare mentre pensano, cogliendo un flusso di immagini continuo, in un ininterrotto monologo interiore.
Insomma, tanti spunti che attraverso racconti di scrittori importanti, spesso inediti o tradotti per la circostanza, consentono di cogliere le diverse sfumature che la fotografia e il lavoro fotografico hanno saputo ispirare in epoche diverse, ma in modo sempre molto coinvolgente e suggestivo.
 “Racconti dalla camera oscura”, a cura di Walter Guadagnini, edizione StorieSkira, 208 pagine, brossura, € 15,00

 

 

 

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