METALLI SPORCHI DI SANGUE. L’EUROPA FA UN PRIMO PASSO.

di Remo Righi

Abbiamo paura dei terroristi. Temiamo che arrivino a casa nostra. E’ giusto, quindi, intervenire in anticipo per prevenirne l’ingresso nel nostro Paese. Ma si può fare di più: si può impedire che molte imprese europee continuino impunemente a finanziare gruppi terroristi i quali, facendo commercio e sfruttamento delle risorse naturali in alcuni Paesi del mondo, specie in Africa, scatenano da anni dilanianti conflitti etnici, calpestano i diritti umani e mettono in discussione la pace e lo sviluppo delle popolazioni.

Quali sono queste risorse che rappresentano una allettante fonte di profitto per imprenditori senza scrupoli? Si tratta di oro, stagno, tantalio, tungsteno, tutti ingredienti fondamentali dei nostri computer, telefonini, stampanti, autovetture, componenti elettronici in genere. Qualcuno, a ragione, li chiama i metalli sporchi di sangue. Un esempio drammatico è la Repubblica Democratica del Congo, dove da quasi 15 anni gruppi armati, che possiedono miniere, finanziano le loro guerre attraverso la vendita delle ricchezze del sottosuolo, a danno della popolazione che viene mutilata, stuprata, resa schiava!

Bisogna essere sinceri: di questo tema nel nostro paese si è parlato ben poco. Tutti, o quasi, d’accordo sulla necessità di bloccare l’invasione dei migranti e di intervenire sul terrorismo dell’Isis, ma pochi interessati a colpire le cause prime di certe situazioni drammatiche che covano al di là del Mediterraneo. E mai disposti, comunque, ad rinunciare all’Iphone e all’Ipad dell’ultima generazione.

L’Europa ha cercato all’inizio del 2014 di emanare un testo per fare sì che le imprese chiarissero in modo trasparente le modalità con le quali avvenivano i loro acquisti di materie prime. Ma non si era votata alcuna direttiva vincolante in tal senso. Soltanto una sorta di invito su base volontaria. Niente di obbligatorio, insomma, solo una autocertificazione facoltativa, lasciata alla buona volontà degli imprenditori del settore. Sembrava che la battaglia fosse persa in partenza, vista la debolezza della proposta. Ora, però, qualcosa di importante è intervenuto.

L’Europa qualche giorno fa ha votato un’altra proposta per l’introduzione dell’obbligatorietà, e non più della volontarietà, per tutte le imprese che operano sull’intera filiera dell’importazione di metalli come stagno, tantalio, tungsteno e oro  di certificare  di non aver finanziato i “signori della guerra”, cioè chi possiede queste miniere, presenti, come abbiamo visto, in Paesi come il Congo ma anche nella Repubblica Centrafricana. Questo intervento dovrebbe obbligare anche la Cina che ha enormi affari in queste zone di rispettare precisi standard se vuole esportare in Europa i suoi prodotti.

E’ chiaro che su questo tema c’è ancora molto da fare. Anche perché non dimentichiamo che vi sono anche altre risorse che contribuiscono in tutto il mondo ad alimentare gruppi che poi fomentano rivolte o guerre e violano i diritti umani delle popolazioni. Ci riferiamo al rame, alla giada e ai rubini in Birmania, al carbone in Colombia, ai diamanti nello Zimbabwe e nella stessa Repubblica Centrafricana. Insomma, lo spettro degli interventi necessari è decisamente ampio e le lobby non cederanno facilmente. Ma, almeno, una breccia si è aperta.

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