IL CIBO COME RELAZIONE CON DIO

di U. Perugini

Interessante incontro all’Ambrosianeum sul tema “Cibo e Bibbia” (organizzato dall’Ufficio turistico Istraeliano, dalle Fondazioni Terra Santa e Ambrosianeum e dall’Adac) alla presenza di studiosi e rappresentanti di diverse fedi religiose. Tutti d’accordo contro il consumismo e lo spreco del cibo, nel rispetto della natura, per educare a una alimentazione consapevole e responsabile.

Per tutte le religioni il rapporto tra cibo e trascendente è molto importante fin dalle epoche più remote. Un rapporto che diventa in certi casi conflittuale, come ad esempio il divieto rivolto da Dio ad Adamo ed Eva di mangiare i frutti dell’albero della vita, fino a rappresentare il segno della presenza stessa di Dio sotto forma di pane e vino nella comunione.

Al di là dei numerosissimi significati simbolici che ogni fede dà al gesto di nutrirsi, quello che emerge in comune è il grande rispetto nei confronti della natura e la necessità che ogni persona compia in questo ambito scelte sempre consapevoli, responsabili e rispettose.

Il rabbino Elia Enrico Richetti, presidente dell’Assemblea rabbinica italiana, durante l’incontro, ha esaminato le numerose regole e precetti che nella storia dell’ebraismo sono alla base del rapporto con il cibo, a partire dal consumo della carne, tenendo presente che l’uomo non ha il potere assoluto sulla vita degli animali. E ha analizzato, soprattutto, le regole di tradizione biblica che proteggono le risorse del mondo agricolo, veri e propri modelli di comportamento per i contadini.

Qualche esempio: divieto di seminare piante diverse troppo vicine tra loro, come ad esempio viti e grano, per non creare eccessivo stress alla terra; non cogliere i frutti delle prime tre produzioni di un albero, perché la pianta deve prima crescere e fortificarsi; nell’anno sabbatico (il settimo) evitare di effettuare lavori di miglioria nei campi per non sfruttare eccessivamente le energie della terra, destinando i prodotti di quell’anno alle persone più disagiate; infine, il rispetto del giubileo che avviene ogni 50 anni, quando i terreni venduti devono tornare ai primi proprietari, per evitare meccanismi di accaparramento e sperequazioni.

Molto interessanti anche le osservazioni di Marco Moriggi, professore associato di filologia semitica, esperto di aramaico, che ha approfondito il tema del cibo nella letteratura siriaca e nella tradizione dei cosiddetti “membri del patto”, una comunità monastica, abitante nelle zone dell’attuale Iraq e Turchia, nel IV° secolo d. C., che interpretano la Bibbia senza il filtro della filosofia greca né si pongono problemi cristologici.

Anche per loro, il Cristianesimo si fonda sull’Ultima Cena: in altri termini, si attua una rivoluzione religiosa attraverso un atto alimentare. Per questa comunità, non esiste un problema di “purità” degli animali dei quali ci si ciba. Sansone mangia il miele che zampilla dalla carcassa di un leone morto, beve da una mascella d’asino e il Profeta Elia sopravvive perché i corvi, animali impuri, gli portano il cibo. Su tutto prevale la predicazione paolina che sostiene che” il peccato non è ciò che metti in bocca, ma ciò che ne esce”.

Molto significativo anche l’intervento di don Luca Bressan, vicario episcopale della diocesi di Milano, che è coordinatore del tavolo tematico sul dialogo interreligioso “Il cibo dello spirito” per la costituzione della Carta di Milano per l’Expo 2015; un documento che tutti i cittadini possono sottoscrivere e che invita ognuno ad assumersi le proprie responsabilità per garantire alle generazioni future il diritto al cibo.

Anche don Bressan sostiene che dobbiamo imparare a usare quello che ci regala il creato come fosse un dono. Uno strumento che ci conduce verso Dio. Il creato ci è stato dato perché lo coltivassimo e lo custodissimo. Esistono le capacità per sfamare il mondo intero ma non ci riusciamo ancora perché non siamo maturi per affrontare questo problema.

Papa Francesco dice che la fame del mondo non è solo una questione morale, etica, di ingiusta distribuzione delle risorse, ma è anche un problema antropologico. Lui dice: se pensassimo solamente che chi muore di fame è un essere umano come noi non potremmo rimanere indifferenti.

Il cibo, lo precisa don Bressan, rappresenta sicuramente il nostro rapporto con Dio. Il pane e il vino sono segno della presenza divina. Gesù lo ha detto durante l’Ultima Cena: “Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue”. Il demonio, infatti, tenta Gesù dopo il suo digiuno dicendogli “trasforma i sassi in pane”. Ma lui gli ricorda che l’uomo non vive di solo pane. Perché mangiare non va inteso solo come un atto fisico ma come una apertura di spirito al trascendente che significa attenzione e rispetto della natura, con ovvii risvolti ecologici, ma anche disponibilità alla logica della solidarietà e della condivisione.

L’incontro si è chiuso con un assaggio di prodotti dal sapore biblico, tra i quali non potevano mancare le lenticchie, un piatto per il quale, come tutti sanno, Esaù rinunciò alla sua primogenitura, e che veniva servito dopo la perdita di una persona cara, insieme al pane e ad altri cibi come le uova, di forma tonda, a significare la perfezione, la continuità della vita oltre la morte.

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