JESUS, BRAND DI SUCCESSO E UN PO’ OSSESSIONANTE

di Ugo Perugini

Lo spettacolo di Valeria Raimondi, Enrico Castellani e Vincenzo Todesco – realizzato dalla Babilonia Teatri, al Puccini Elfo fino al 10 maggio – non lascia indifferenti. Però, probabilmente, non scandalizza nemmeno più di tanto gli eventuali credenti in sala, ammesso che ve ne siano o,  come dice il Papa, non siano piuttosto i soliti fedeli ipocriti.

Inutile negarlo, il brand Jesus ha un successo assoluto, interplanetario, inafferrabile e incontrollabile. Data la vastità del tema e il peso specifico del personaggio, un’operazione teatrale del genere rischia di diventare esercizio intellettuale fine a se stesso, di scivolare nel banale, lontano dalla acrimonia corrosiva dell’invettiva.

In realtà, il monologo ha diversi registri interpretativi, che variano di intensità e violenza. All’inizio, prevale la confessione di una donna smarrita, soffocata dalla proterva invasività dell’immagine di Jesus, che è logo, simbolo, metafora onnipresente. Ciò emerge bene, quando la protagonista – Valeria Raimondi, in realtà davvero brava e convincente – a un certo punto inizia a esprimersi in dialetto veneto: lu è qua a parlar con ti!

Trovate d’effetto, irriverenti, giocose, ma non offensive (come le cannonate di immaginette sul pubblico mentre in sottofondo passa la musichetta dei cartoni animati di Topolino) si alternano a pezzi più angosciosi, come le domande del bambino di tre anni alla madre su Gesù e, più in generale, sulla morte, sulla vita e sul suo senso.

Più corrosivo e potente il pezzo in cui Gesù, agnello sacrificale, che incombe in realtà sulla scena, appeso a un cappio, diventa una ricetta da Master Chef . Qui, forse, possiamo parlare di invettiva. Si apprezza il crescendo della dissacrazione che comincia in sordina: si va dall’ironia, al sarcasmo, al dileggio. Mentre i personaggi che si cibano dell’agnello Gesù (presumibilmente uomini di Chiesa) si trasformano in modo repellente, maschere, caricature, immagini grottesche, sempre più deformate, infine mostruose, in un crescendo sulfureo di grande forza emotiva.

Il pezzo dove Gesù torna fra gli uomini di oggi, nella città, nel metrò, tra noi, risulta meno efficace. Ci ha fatto tornare alla mente “La leggenda del grande inquisitore” nel romanzo “I Fratelli Karamazov” di Dostoevskij, un’opportunità che forse andava sfruttata meglio.

D’altra parte, questa disseminazione dell’icona di Gesù, che potremmo chiamare anche “sovraesposizione”, porta la protagonista a chiedere un proprio “personal Jesus”, un Gesù prêt à porter, imbalsamato, che non sia troppo invasivo e che rispetti la privacy di ognuno. Un Gesù depotenziato, ridotto a brand, da esibire all’occorrenza. Niente più. Su questo tema Papa Francesco non perde occasione per intervenire.

La piéce si conclude con un richiamo alla spiritualità che è in ognuno di noi, anche se spesso la rifiutiamo. Dall’alto cala una veste bianca che la protagonista indossa, mentre si inginocchia in una preghiera laica: “Credo nelle chiese di pietra”, dove ogni uomo è libero di trovare il suo centro. La chiesa di pietra ci ricorda con Montale che l’aspirazione mai raggiunta da ognuno di noi è quella di essere “scabro ed essenziale”. Impresa che ai nostri tempi ormai sembra quasi impossibile!

Insomma, un lavoro pieno di spunti interessanti e stimolanti per tutti, credenti o no. Un’opportunità per riflettere sul nostro modo di intendere e vivere il messaggio religioso.

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