LA FILOSOFIA COME GRAMMATICA DEL MONDO

di Ugo Perugini

Intervista a Erasmo Silvio Storace, Presidente dell’Associazione “Albo Versorio” e dell’omonima Casa editrice. Una sua speranza: un’umanità nuova che riconquisti un sano ed equilibrato rapporto con la Terra; una sua iniziativa di successo:  “Festa della Filosofia” itinerante; e un suo suggerimento: la Città Metropolitana di Milano diventi “Città della Filosofia”.  

L’Associazione “AlboVersorio” ha ormai dodici anni. Quali sono gli obiettivi che si prefigge?
Qual è l’obiettivo culturale della casa editrice che affianca la vostra associazione?

In questi tempi difficili, il primo obiettivo di ogni associazione culturale è quello di sopravvivere e non soccombere a causa della sempre più incalzante riduzione delle risorse destinate alla cultura – e, in particolare, a quella umanistica, la quale, almeno apparentemente, a differenza delle discipline tecnico-scientifiche non produce effetti immediati. Cercare di fare “cultura”, oggi più che mai, deve dunque avere come obiettivo primario quello di tentare di “coltivare” l’essere umano di oggi perché possa essere ponte verso un’umanità nuova, che riconquisti un rapporto sano ed equilibrato con la Terra, da cui proviene e di cui è parte inscindibile, e che, per questo motivo, non può più essere considerata soltanto come una risorsa da sfruttare – anche perché, banalmente, ci stiamo ormai accorgendo che questa risorsa non è illimitata. Parimenti, la casa editrice si prefigge di diffondere messaggi culturali più eterogenei (caratteristica di AlboVersorio è, da sempre, quella di porsi come un grande contenitore capace di accogliere ogni tendenza del pensiero filosofico), ma pur sempre tenuti insieme dalla serietà dei contenuti e dall’obiettivo di far circolare le idee. E lo fa attraverso la collaborazione di alcuni grandi intellettuali che dirigono collane editoriali o che hanno pubblicato per noi: si pensi a Massimo Donà e Carlo Sini, che ci seguono dagli esordi (2003), ma anche a Emanuele Severino, Umberto Galimberti, Massimo Cacciari, Salvatore Natoli, Vincenzo Vitiello, Massimo Marassi, Claudio Bonvecchio e Giuseppe Girgenti, e ai quali si aggiungono anche contributi di filosofi internazionali quali Bauman e Duque.

Cosa distingue la vostra “Festa della Filosofia” dai più famosi festival, come quello di Modena, Carpi e Sassuolo, ad esempio?

AlboVersorio organizza eventi culturali da quasi dieci anni, e la “Festa della Filosofia” è ormai giunta alla sesta edizione, diventando un appuntamento fisso per l’hinterland milanese. Fermo restando lo spessore culturale di tutti questi festival che coinvolgono i principali intellettuali italiani (filosofi, ma non solo), credo che la nostra rassegna abbia qualche particolarità. Anzitutto, il fatto che essa si presenti non come un “festival”, ma come una “festa”, come una grande occasione di ritrovo per un numero sempre maggiore di persone che, oltre alle conferenze, trova concerti, aperitivi, visite guidate, performance artistiche, cui si affiancano diversi incontri dedicati ai giovani e ai bambini. Ma non basta: la specificità della nostra formula consiste nel fatto di essere “itinerante”. Non si tratta infatti di un unico weekend o di una settimana, bensì di una trentina di incontri, spalmati in un arco temporale di circa tre mesi (quest’anno: 29 marzo-28 giugno), che coinvolge ormai una decina di Comuni lombardi (Bollate, Casorate S., Cesate, Garbagnate M., Milano, Nerviano, Rho, Saronno, Senago e Solaro), attraverso questa formula “itinerante” che ci consente di esportare la filosofia in tutti quei Comuni i cui politici abbiano accolto l’idea di investire sulla cultura. Purtroppo, un’altra grande differenza consiste però nel fatto che il nostro festival, pur coinvolgendo tutti i grandi nomi della filosofia italiana, è però organizzato da uno staff giovane e numericamente ristretto: motivo per cui non si dispone ancora dei cosiddetti “agganci giusti”, nel mondo giornalistico, per far sì che esso, nonostante la vastissima partecipazione di pubblico, disponga della grande attenzione mediatica, del cui ausilio si giovano invece festival ben più noti del nostro, rispetto ai quali il nostro palinsesto non ha nulla da invidiare.

Voi operate soprattutto nell’hinterland milanese. Lei crede che le iniziative come quelle intraprese dalla vostra associazione possano contribuire a distruggere le barriere invisibili dell’esclusione sociale o della marginalizzazione che coglie chi vive nelle periferie? Come vede il futuro della città metropolitana che si dibatte tra fenomeni contraddittori: quali l’urbanizzazione e il decentramento?

Oggi tutti parlano della questione dell’“identità del territorio”, ma difficilmente si comprende che, soprattutto nelle periferie-dormitorio delle zone altamente urbanizzate (che in taluni casi sono piccole isole felici di benessere, ma in talaltra sono soggette al degrado), ormai depauperate di ogni storia e di ogni tradizione, l’unica identità che si possa reimmaginare e ricostruire deve poter nascere dalla cultura. Nutro fortissimi dubbi nei confronti di tutti quei localismi che vogliono recuperare consuetudini ormai desuete e inattuali, generando una chiusura mentale e fomentando un odio verso l’altro che, per forza di cose, nella nostra epoca non possono né sussistere né dimostrarsi modelli vincenti. La nuova identità che possiamo offrire al nostro territorio credo debba passare proprio da fenomeni di questo tipo: non sarebbe forse auspicabile che ogni anno, in primavera, la nostra Città Metropolitana (magari proprio a partire dalle zone limitrofe, come quelle in cui operiamo noi) diventi la Città della Filosofia? Così come Torino può esserlo per l’Editoria, Venezia per il Cinema, e via dicendo? Ma esiste qualche politico disposto a investire su una scommessa culturale di questo tipo, capace di mutare il volto delle nostre aree urbane e abbattere barriere, che purtroppo oggi divengono sempre più spesso bandiere attraverso cui parlare alla pancia delle persone? Non potrebbe forse essere questo uno dei modi per far fruttare il decentramento e coinvolgere ogni fascia della popolazione in una grande festa che offra non soltanto “polenta e salamelle” ma anche e soprattutto opportunità di crescita culturale e di scambio e diffusione di idee?

Cosa intende Lei per filosofia: uno strumento che aiuta l’opinione pubblica a trovare le parole per esprimere il senso comune o, al contrario, uno strumento per affrontare aspetti nuovi in grado di cambiare il mondo? La filosofia può aiutare a capire la realtà in cui viviamo anche nei confronti delle persone meno attrezzate dal punto di vista culturale?

Da Platone a oggi, la storia della filosofia non ha fatto altro che tentare di rispondere a questa domanda: che cosa sia la filosofia e che ruolo abbia. Probabilmente, da una parte, essa tiene insieme tutte questi spunti che Lei suggerisce, e molti altri, ma forse, d’altra parte, il cuore della riflessione filosofica è radicato in qualcosa di più profondo. Potremmo forse azzardare che il compito del filosofo consista nello scrivere la grammatica del mondo, nel disegnare il pentagramma del ritmo dell’esistenza, nell’offrire uno spazio in cui la struttura della vita possa accadere e possa essere custodita e tenuta sempre accesa, come fosse una fiaccola che, nella staffetta della vita, noi viventi siamo destinati a sottrarre a chi ci ha preceduti e a porgere a chi continuerà in questa folle corsa. Dove essa conduca, non è dato (né auspicabile) saperlo, così come non possiamo e non vogliamo che la filosofia, al pari della tecnica, possa produrre effetti immediati ed efficaci (che spesso però, migliorando la vita di una limitata minoranza di persone, mettono a repentaglio quella del pianeta che ci ospita). Il piccolo o grande apporto della filosofia alla nostra umanità può consistere soltanto nel tentare di rendere un po’ più palese la grammatica del mondo, in cui si inscrive la nostra indissolubile appartenenza al Grembo della Terra. Non posso dire se da qui si possa ripartire per immaginare una nuova umanità più consapevole, in grado di cambiare o forse di conservare il mondo, offrendo maggiore consapevolezza a chi solitamente si affida alle risposte del senso comune… ma posso auspicarlo!

Albo versorio: da dove deriva il nome dell’associazione?

Se pareba boves, alba pratàlia aràba et albo versorio teneba, et negro sèmen seminaba.

Chi non ricorda il famoso indovinello veronese risalente alla fine dell’VIII o inizi del IX secolo, scritto da un italiano, forse un nord-orientale, in una lingua che può essere definita “volgare”?  L’indovinello ricorre alla metafora dell’aratura per descrivere l’attività della scrittura. L’albo versorio è la penna (l’aratro bianco che lascia il seme nero, l’inchiostro, sul foglio).

 

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