OSTEOPOROSI, LA MALATTIA CHE RUBA LA QUALITA’ DELLA VITA

 di Stefania Bortolotti

Intervista a: Ferdinando Silveri

vicepresidente del Comitato Scientifico della Federazione Italiana Osteoporosi e Malattie dello Scheletro (FEDIOS) e Dirigente Medico Clinica Reumatologica Università Politecnica delle Marche, Ospedale C.Urbani Jesi – Ancona

 “L’osteoporosi è la malattia dei paradossi: è una patologia da grandi numeri, con altissimi costi economici e sociali, con conseguenze in termini di qualità di vita e di autonomia, eppure non è curata, è sottovalutata, è, a volte, persino ignorata. È veramente arrivato il momento di dire basta, scuotere le coscienze e cambiare la cultura – sarebbe meglio parlare di ignoranza – che circonda questa malattia. Abbiamo bisogno dell’aiuto dei mezzi di comunicazione per arrivare direttamente ai pazienti, alle donne e agli uomini che lasciano che la malattia li colpisca senza fare nulla o quasi”.

Un appello importante quello che Ferdinando Silveri, vicepresidente del Comitato Scientifico della Federazione Italiana Osteoporosi e Malattie dello Scheletro (FEDIOS) e Dirigente Medico Clinica Reumatologica Università Politecnica delle Marche lancia ai Media italiani in occasione della presentazione di una campagna informativa rivolta ai pazienti, voluta dalla FEDIOS insieme alla Società Italiana dell’Osteoporosi, del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro (SIOMMMS) e resa possibile grazie al contributo non condizionante di MSD Italia.

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Dottor Silveri, in Italia non c’è cultura dell’osteoporosi. Questo è un dato di fatto. E, di conseguenza, non si fanno le terapie. In molti casi adducendo come motivazione anche problemi di costi, spending rewiew, ecc.

Il problema che viene continuamente dibattuto dalla Comunità Scientifica è “chi trattare?”. Perché è ovvio che noi medici, in un momento di ristrettezze economiche, dobbiamo utilizzare al meglio le risorse del Sistema Sanitario Nazionale. Pertanto la parola appropriatezza è d’obbligo. E quindi, la prima risposta è senza dubbio: quelli a rischio più elevato di fratturarsi, in particolare di femore. Anche perché la frattura di femore rappresenta la sede di frattura più temibile per le conseguenze (20% di decessi entro un anno, oltre il 30% perdono l’autonomia), con costi sociali elevatissimi. Basti pensare che circa l’80% degli accessi nelle Case di Riposo avviene a seguito di questa frattura.

Eppure i dati Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco) parlano chiaro: sono pochi i pazienti trattati, anche se hanno già subito una frattura.

È vero, per le fratture di femore la regola dell’appropriatezza viene ampiamente disattesa! Nonostante il fratturato di femore sia il soggetto a più elevato rischio di rifratturarsi, appena il 13% riceve in Italia un trattamento adeguato di prevenzione di fratture future. In questa categoria di soggetti non servono indagini strumentali “sofisticate” e dispendiose, per fare la diagnosi: la frattura stessa ci dice cosa succederà! Credo che sia opportuno fare alcune riflessioni inerenti ai costi: ogni anno in Italia si verificano circa 85.000 fratture di femore per un costo diretto di 1 Miliardo di Euro; in Italia per l’osteoporosi il Sistema Sanitario Nazionale spende il 2.6% del totale della spesa farmaceutica, a fronte del 32% per le malattie cardiovascolari; per trattare tutti i fratturati di femore oltre i 65 anni (che ricordiamo generano 1 miliardo di Euro di spesa all’anno), sarebbe necessaria una spesa farmaceutica di 18 milioni di euro all’anno. Tale cifra è pari ad appena lo 0.18% della spesa farmaceutica nazionale e consentirebbe di trattare efficacemente una popolazione ad elevato rischio di ri-frattura (sia al femore che in altra sede). In base ai dati di efficacia delle terapie, il risparmio stimato in termini di costi di ospedalizzazione, interventi e riabilitazione sarebbe pari a 43 milioni di euro per anno, al netto del costo dei farmaci. Per dare solo qualche altro dato di quanto si potrebbe risparmiare in termini di spesa farmaceutica, la riduzione dell’1% dei trattamenti “occasionali” (ritenuti inutili in quanto il trattamento per essere efficace deve essere continuativio per diversi anni) porterebbe ad un risparmio di 778.817 euro/anno mentre la loro totale eliminazione condurrebbe a un risparmio di ben 12.461.072 euro/anno. In conclusione, tutti gli specialisti che a vario titolo sono chiamati alla gestione del paziente con fratture da osteoporosi dovrebbero conoscere i fondamenti biologici, diagnostici, metabolici e terapeutici della malattia e imparare a gestire i pazienti che presentano anche comorbidità. Quindi la FEDIOS (Federazione Italiana Osteoporosi e Malattie dello Scheletro) vuole lanciare una “denuncia” alla classa medica circa il mancato trattamento dei pazienti con frattura di femore, con conseguente aumento esorbitante della spesa sanitaria e sociale. Perché vengono trattati appena il 13% dei soggetti?

Dottore, sembra proprio che occorra agire su due fronti: da una parte la classe medica e dall’altra i pazienti, a iniziare dalle donne. Per questo FEDIOS e SIOMMMS si sono unite per mettere a punto una campagna di informazione che preveda anche un concorso giornalistico. Che ruolo possono recitare i Media?

Un ruolo di primissimo piano. Perché è grazie ai mezzi di comunicazione se si arriva direttamente nelle case – e nelle coscienze – delle persone. E un paziente consapevole – soprattutto chi è ad alto o ad altissimo rischio – rappresenta una spinta dal basso anche nei confronti del medico senza eguali. Un paziente consapevole è più forte delle resistenze legate a budget e a scarsa sensibilità. Un paziente consapevole che rivendica una qualità di vita degna di questo nome indipendentemente dalla sua età, indipendentemente dal fatto che viva in casa o in una struttura per anziani è uno stimolo importante. Troppe volte vediamo anziani non trattati perché sono molto avanti con gli anni, o perché vivono in stato di abbandono in case di riposo o perché si sono arresi alla malattia e non chiedono nulla. I Media possono fare molto per scuotere le coscienze e diffondere una corretta informazione. Perché l’appropriatezza nella terapia inizia da un’appropriata informazione.

 

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