L’ALBERO DELLA VITA: ANCORA UN PROBABILE INTOPPO

di Carlo Radollovich

Dopo l’atteso via libera all’Albero, espresso dal presidente dell’Autorità anticorruzione Raffaele Cantone, avevamo scritto parole fiduciose (vedi “ilMirino” del 27 novembre) sulla creazione di quel caratteristico simbolo che dovrebbe rappresentare l’Esposizione del prossimo anno. E invece potremmo trovarci ancora in alto mare, con l’agognato approdo a chilometri di distanza…

Tutto è iniziato quando l’architetto inglese Chris Wilkinson, socio fondatore dello studio londinese Wilkinson Eyre Architects, che i nostri lettori forse ricorderanno per aver realizzato lo scorso anno il Mary Rose Museum a Portsmouth (contiene tra l’altro i resti della nave ammiraglia di Enrico VIII), s’infuria dopo aver osservato una foto del nostro futuro Albero della vita.

Egli, infatti, ritiene che l’opera disegnata da Marco Balich sia una copiatura dei suoi “Supertrees”, collocati nel parco di Singapore, e convoca subito i propri avvocati. Nessuna decisione è stata presa per il momento, ma si intende comunque proteggere un’idea che apparterrebbe esclusivamente a Wilkinson, idea concretizzatasi nel frattempo e già apprezzata da milioni di visitatori.

Per la verità, diverse differenze, più che palpabili, esistono tra “Supertrees” e Albero della vita.

Anzitutto, gli alberi presenti a Singapore raggiungono i cinquanta metri (in cima è stato costruito un bar), sono ricoperti da migliaia di pianticelle e alcune strutture decorative emettono curiosi effetti prodotti con energia solare.

Per contro, il nostro Albero della vita, attaccato duramente dall’architetto inglese ancora prima di nascere, raggiungerà un’altezza di poco superiore ai trentacinque metri, risulterà composto da cemento e da legni di spiccata durezza e per quanto riguarda le tecnologie relative all’illuminazione (giochi di luci e di colori) dovrà ancora essere lanciata una gara che si risolverà presumibilmente entro febbraio.

Però, come accennavamo, non si contesta tanto l’Albero in sé quanto l’idea che sarebbe stata “sottratta”. E infatti anche alcuni architetti italiani sottolineano come l’opera di Marco Balich possa rappresentare una sorta di ripescaggio dei “Supertrees” di Singapore.

Attendiamo in ogni caso l’evolversi della situazione, rammaricati tuttavia perché il simbolo di Expo 2015 non è partito con il piede giusto e perché un corollario infinito di contrarietà (solo in parte risolte) sembra soffocarlo ancora prima di vederlo crescere.

 

 

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