Ti scrivo dal mio vecchio tavolo. Lettere 1919-1938

di Paolo Tempo

È stato appena pubblicato dalla casa editrice Àncora l’epistolario di Antonia Pozzi: Ti scrivo dal mio vecchio tavolo. Lettere 1919-1938, a cura di Graziella Bernabò e Onorina Dino (con un contributo di Marco dalla Torre, postfazione di Tiziana Altea).

La Pozzi – poetessa e fotografa milanese degli anni Venti-Trenta morta suicida nel 1938, all’età di soli ventisei anni – fu del tutto ignorata in vita, mentre oggi è riscoperta con grande entusiasmo in tutto il mondo sia dal pubblico che dalla critica, come testimoniano, tra l’altro, le molte traduzioni che si sono susseguite in questi ultimi anni.

L’epistolario è costituito da tre sezioni: la prima è quella delle sue lettere, che comprendono sia tutti gli scritti presenti nell’Archivio Pozzi di Pasturo, alcuni dei quali mai pubblicati, sia altri materiali, spesso inediti; la seconda contiene varie lettere scritte ad Antonia da familiari e amici; la terza presenta alcune lettere particolarmente significative giunte alla famiglia Pozzi dopo la morte di lei.

Il volume – frutto di un lungo lavoro di archivio da parte di due note esperte della Pozzi, con l’importante contributo di altri due specialisti – è corredato da una serie di accurati approfondimenti che consentono una vera e propria immersione nel mondo di Antonia e nella storia del suo tempo.

Appartenente a una famiglia decisamente importante a Milano, Antonia Pozzi preferì al proprio ambiente sociale la frequentazione dei quartieri popolari di Piazzale Corvetto e Porto di mare, alla cultura di regime il gruppo di giovani intellettuali che, all’interno dell’Università Statale, gravitava intorno al filoso Antonio Banfi.

Apprezzata in vita per i suoi scritti critici su Gustave Flaubert e Aldous Huxley, fu invece del tutto sottovalutata per la sua poesia che, in un linguaggio nello stesso tempo comunicativo e raffinato, esprimeva un rapporto profondo con la vita e con il mondo. Nei suoi versi trovano posto i suoi luoghi prediletti: in particolare Pasturo, il paesino della Valsassina che divenne per lei il “paese dell’anima”; le umili e intense periferie milanesi; il mare e, soprattutto, l’alta montagna, accostata grazie alla pratica assidua dell’alpinismo. Vi entra con slancio l’amore, provato, in tre diversi momenti della vita, per il grande classicista Antonio Maria Cervi – che era stato suo insegnante di latino e greco al Liceo Manzoni di Milano – e per i giovani banfiani Remo Cantoni e Dino Formaggio. Molto importanti nelle sue poesie sono anche i temi dell’amicizia, del rifiuto della guerra, della vicinanza ai diseredati. E tutto questo si collega con una profonda meditazione sui grandi argomenti della vita, del tempo e della morte.

L’epistolario permette di accedere tanto al cuore della sua esistenza, breve ma intensa e generosa, quanto al centro della sua poetica, che si delinea nel suo svolgersi, e al concreto sorgere delle sue poesie.

Le lettere delineano inoltre il passaggio di Antonia da un’idea ingenua e bonaria del fascismo a una progressiva consapevolezza della vera realtà del regime, fino allo strazio per le leggi razziali che, tra l’altro, nell’autunno del 1938, obbligarono all’esilio i suoi amici carissimi Paolo, Piero e Olga Treves. Ecco perché, nella sua ultima lettera ai genitori, il 1°dicembre 1938, Antonia Pozzi scrisse: “Fa parte di questa disperazione mortale anche la crudele oppressione che si esercita sulle nostre giovinezze sfiorite”.

Opera notevole per dimensioni e ricchezza di suggerimenti con una serie piuttosto consistente di note e citazioni.

Da apprezzare il lavoro di mantenimento dei termini dialettali, puntualmente tradotti in nota e capaci di infondere più vitalità allo scritto. Grazie alle indicazioni  offerte al lettore nel piano di lavoro e nota al testo (pag. 43) la comprensione della scrittura epistolare della poetessa è completa.

Incantevole la descrizione dei numerosi luoghi visitati da Antonia che ci fa comprendere anche l’elevato status sociale di appartenenza.

In alcune lettere si possono apprendere fatti di cronaca citati dalla Pozzi che oggi fanno parte della nostra storia.

In merito al suicidio vorrei ricordare il necrologio di Milena Jesenskà a Franz Kafka:

“Era troppo perspicace, troppo saggio per poter vivere, troppo debole per lottare, debole come  lo sono le creature nobili, belle, che non sono capaci di accettare la lotta contro la loro paura dell’incomprensione, della mancanza di bontà, della menzogna intellettuale”.

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