C’È DEL BUONO NELLE PERIFERIE MILANESI

di Ugo Perugini

In un momento in cui le periferie delle città sono in fibrillazione, per diversi problemi, ma soprattutto per quello abitativo, con il solito corollario di accuse nei confronti dei flussi migratori, c’è qualcuno che la pensa diversamente e vede questi luoghi delle città, abbandonati, degradati, come fucine di sperimentazioni sociali e culturali importanti e positive.

Chi osa tanto? E’ un professore, sociologo della Università Bicocca di Milano. Il suo nome è Sebastiano Citroni, il quale ha anche pubblicato un libro sull’attività dell’associazionismo e sul volontariato a Milano  che si intitola appunto “Associazioni a Milano”, edito da Franco Angeli.

In certi casi, giornalisticamente (e anche politicamente) è più comodo far emergere le situazioni di tensione e degrado, ma in realtà, sostiene Citroni, in queste zone periferiche è molto forte la collaborazione tra la cittadinanza, che coinvolge scuole, parrocchie, associazioni di vario genere, in un impegno quotidiano per cercare di migliorare la situazione, evitando di demandare ad altri ma rimboccandosi le mani con un lavoro concreto e diretto.

Citroni espone anche alcuni esempi significativi: esperienze di autogestione, come in via Celentano o a Gratosoglio: cittadini che si impegnano direttamente per la gestione del verde e della sua manutenzione. Sono nati ultimamente laboratori per riparare biciclette nei cortili, comitati di mamme che si aiutano a vicenda. Un numero è decisamente significativo. Le persone coinvolte in azioni di volontariato è aumentato in dieci anni di oltre il 200 per cento!

Ma allora a chi conviene parlare male delle periferie? Probabilmente a chi ha intenzione di creare una maggiore tensione in queste zone, cercando di ottenere una facile visibilità, riconducendo ogni cosa al problema della sicurezza. Forse, bisognerebbe cambiare paradigma: smettere di parlare solo di bisogni ma evidenziare la capacità, che esiste, di dare risposte ai problemi in maniera autonoma anche di fronte a esigenze di ordine economico (mancanza di fondi) che pure esistono e vanno a pesare sempre sui più deboli.

Certo anche Citroni riconosce che vi sono stati problemi spesso ignorati a partire dalla droga, dalla malavita, dagli errori delle politiche abitative, ma non ha senso credere che tutte le cause del degrado siano da ricondurre alla migrazione. Una semplificazione banale che al contrario può far esplodere le tensioni esistenti, bloccando il processo di convivenza pacifica che invece è possibile e auspicabile che prosegua, eventualmente anche ricorrendo a un mix sociale che eviti di ghettizzare le persone.

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