IMPRENDITORIA MIGRANTE FEMMINILE: RISORSA PER MILANO

di Ugo Perugini

Presso la Sala Appiani dell’Arena “Gianni Brera” si è svolto ieri l’incontro “Donne imprenditrici transnazionali si raccontano” che ha affrontato il tema dell’imprenditoria al femminile in Italia, e, in particolare, il contributo delle donne provenienti da altri Paesi all’economia italiana attraverso l’organizzazione del forum “Donne e culture”.

La riunione si è incentrata sull’intervento di Mara Tognetti (vedi foto), docente di Sociologia e Ricerca Sociale presso l’Università Bicocca, già autrice del libro “Donne e percorsi migratori”, edito da Franco Angeli. Tra le autorità presenti anche la dr.ssa Mirella Ferlazzo, rappresentante del Ministero dello Sviluppo economico, e l’Assessore alle politiche del lavoro, Cristina Tajani del Comune di Milano.

L’imprenditoria migrante è un argomento molto sensibile. Le persone migranti sono portatrici di risorse, come si constata dalla nascita di imprese poi durature nel tempo grazie alla capacità di imprenditori di origini e provenienza diverse da quelle italiane. L’amministrazione comunale di Milano ha intenzione di seguire direttamente la nascita di queste “imprese migranti” attraverso il progetto “Risorse in periferia”, partendo dagli spazi fisici appunto messi a disposizione dallo stesso Comune per poi seguire anche la crescita delle aziende, soprattutto nelle fasi più difficili successive alla fondazione. Milano è il primo comune in Italia che affronta questa missione e fino ad ora il 60% dei beneficiari è di origine italiana, mentre la rimanenza è straniera, principalmente di origine peruviana, ecuadoregna, argentina e africana.

All’interno del mercato del lavoro italiano, l’apporto della componente femminile immigrata pesa per il 9,4% contro l’8,9% degli uomini. Le donne, in prevalenza, si occupano di lavori di cura che in sostanza rappresentano un’attività di servizio alla persona, con un forte contenuto di relazione, sostegno sociale, educativo, sanitario, riabilitativo, ecc. che va anche oltre il lavoro domestico vero e proprio o quello etichettato sotto il generico termine di “badante”.

Sono, inutile dirlo, professioni in genere dequalificate che portano le donne immigrate ad occupare i livelli più bassi della struttura occupazionale. In Italia, da questo punto di vista, esistono due mercati del lavoro separati con caratteristiche qualitative differenti che penalizzano gli immigrati e, soprattutto, le donne.

A parte le posizioni poco qualificate da loro occupate, anche a parità di titolo di studio, le possibilità di crescita professionale sono scarse e il guadagno molto inferiore rispetto a quello delle italiane (quasi il 30% in meno, pari a circa 300 euro mensili).

Le donne immigrate, anche per questi motivi, sono spinte a intraprendere delle attività autonome: le imprese straniere al femminile, infatti, continuano a crescere seguendo un trend positivo negli ultimi anni e a un ritmo superiore rispetto a quello medio dell’imprenditoria nazionale. Maggiore impulso in tal senso si nota nel Lazio (2162 imprese femminili) e Lombardia (1406). I settori più seguiti quello dei servizi di alloggio e ristorazione e delle attività immobiliari.

Anche la forma giuridica delle imprese delle donne straniere si sta evolvendo. Si abbandona la micro-impresa tradizionale e cresce la consapevolezza di dover affrontare il mercato con strumenti giuridici nuovi, in grado di ridurre i rischi connessi, come imprese societarie, consortili e cooperative. I migranti vanno naturalmente ad occupare gli spazi lavorativi lasciati disponibili, in genere quelli più pesanti, più nocivi o poco remunerativi che richiedono una bassa qualifica e un forte impegno lavorativo come piccoli esercizi commerciali (ristoranti, bar) e laboratori di confezioni (tessile, abbigliamento, pelletteria).

Le donne immigrate sempre più spesso optano per un lavoro autonomo non tanto per mancanza di alternative quanto per non continuare a svolgere impieghi usuranti e senza prospettive, orientandosi verso attività più creative e indipendenti. La maggioranza di chi fa scelte del genere non è sposata o non ha figli e possiede un buon livello culturale.

Le imprese delle immigrate possono rappresentare uno strumento importante anche per la crescita italiana per molti motivi. Uno dei più importanti è il legame che le titolari mantengono con il loro Paese di origine e la facilità di consolidare e sviluppare rapporti a livello economico ma anche sociale, favorendo, tramite la mediazione linguistica e culturale, scambi di import-export, partnership con piccole-medie imprese locali, ecc.

In questo contesto, si inseriscono le diverse esperienze positive di numerose donne che sono riuscite ad esprimere le proprie capacità imprenditoriali in settori diversi, ma soprattutto cercando di dare risposta ai nuovi bisogni dei propri connazionali presenti sul territorio italiano, in relazione ad esempio alla domanda di prodotti tipici, facilitando in un certo modo il loro adattamento e il processo di integrazione.

(si ringrazia per la collaborazione la dott.ssa Michela Serafino)

Cinque opere in esposizione

L’Associazione “Spirale di luce” ha esposto durante il convegno cinque opere pittoriche di altrettante artiste facenti parte del sodalizio culturale. Si tratta di Wally Bonafé, Maria Brunereau, Katalin Kollar, Amalia Caracciolo e Bianca Monroy. La loro pittura è un’altra dimostrazione della capacità delle donne di esprimere i propri sentimenti e le proprie aspirazioni attraverso le tele, anche a livelli molto raffinati.

Le opere di Bianca Monroy, Maria Brunereau e Wally Bonafé
Le opere di Bianca Monroy, Maria Brunereau e Wally Bonafé
Le opere di Amalia Caracciolo e Bianca Monroy
Le opere di Amalia Caracciolo e Katalin Kollar

Si tratta di lavori astratti ma di un astrattismo “soft” in cui prevale nella campitura dei colori e nella delicatezza delle scelte formali il tocco femminile, il gusto per l’equilibrio, per la ricerca espressiva di un piacere estetico mai fine a se stesso. In ogni opera si coglie lo sforzo dell’Artista di andare oltre l’apparenza delle cose per arrivare al senso profondo del significato, quasi in un’operazione di autoanalisi che però consente a tutti coloro che si confrontano con la tela di mettersi in gioco cercando di oltrepassare le contingenze, spesso ingombranti, del proprio “ego”.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *