I MARTIRI FELICE E NABORE

di Carlo Radollovich

Prima che l’editto di Costantino, nell’anno 313, sancisse finalmente la piena libertà di culto per i cristiani, le persecuzioni ai danni dei seguaci di Gesù si presentavano sempre più cruente.

Anche a Milano, in particolare sotto Diocleziano, il cui imperò durò dal 284 al 305, numerose torture e uccisioni si moltiplicarono in modo impressionante. La pena non fu diversa per due soldati romani, provenienti dalla Mauritania, che avevano abbracciato il cristianesimo, Felice e Nabore, vittime di ogni sorta di supplizi dopo un certo periodo di carcerazione e poi decapitati fuori dalla nostra città, nel luglio 303, precisamente a Lodi. Si narra che una certa Savina (260 – 311), in seguito canonizzata, una pia donna cristiana assai caritatevole, confortò in prigione i due militi. Poi, dopo l’esecuzione, riuscì a recuperare i loro corpi e li sistemò nella sua abitazione dopo averli accuratamente imbalsamati.

Quando le crudeli repressioni si acquietarono, il vescovo di Milano Monas, venuto a conoscenza del martirio subìto da Felice e Nabore, dispose la traslazione dei corpi a Milano, per poter tributare tutti gli onori a queste splendide figure di cristiani e provvedere alla loro sepoltura. Aveva infatti pregato Savina di portare le salme in città, con il primo carro disponibile. La donna, per mettersi al riparo da ogni eventuale controllo da parte dei soldati che presidiavano la zona, pensò di riporre i corpi in una botte. Uscì di casa e, giunta sulla riva sinistra del fiume Lambro, ritenne giustamente di attraversare il corso d’acqua in un punto deserto.

Tuttavia, il luogo non era affatto privo di controlli e incappò in un posto di blocco. I gabellieri gli domandarono che cosa stesse trasportando ed essa rispose con molta semplicità: “Una partita di miele”.

Le guardie dubitarono immediatamente della risposta e temettero che la donna stesse commerciando in merci proibite dalla legge. Uno dei gabellieri aprì con un ferro la parte alta della botte e vi infilò una mano. Quando la ritirò, notò sulla pelle la collosità tipica del miele e diede perciò via libera al carro.

Savina giunse a Milano senza ulteriori fastidi, si recò dal vescovo Monas, volle assistere alle onoranze funebri di Felice e Nabore nonché alla loro sepoltura nel cimitero di Porta Vercellina.

A proposito della località in cui si verificò il prodigio del miele, si poté ricostruire che il fatto avvenne nel paese di Marignano, il cui nome venne successivamente modificato in Melegnano. Forse un riferimento al miele miracoloso, riportato con la semplice estromissione della vocale “i”?

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