MILANO AI TEMPI DEGLI SFORZA

di Carlo Radollovich

Il ducato di Milano sotto gli Sforza, nel periodo che intercorre tra il 1450 e il 1535, conobbe un periodo abbastanza florido, se si eccettua la carestia intervenuta nel 1482. L’agricoltura, le piccole attività industriali e pure i commerci si rafforzarono sensibilmente. In particolare l’agricoltura registrò notevoli progressi: le irrigazioni dei campi furono ben curate per non compromettere i raccolti, la coltivazione dei cereali fu protetta mediante apposite disposizioni, gli alberi da frutta venivano attentamente cresciuti dai contadini, il taglio della legna nei boschi era effettuato con molto raziocinio.

Grande considerazione rivestì la pianta del riso, considerato sino a qualche decennio prima un alimento di lusso, importato dall’Asia tramite la Grecia, tanto che i milanesi più facoltosi potevano acquistarlo, a caro prezzo, solo presso gli speziali, unitamente al pepe e allo zucchero. Ed ecco che, grazie al particolare impegno di Gian Galeazzo Maria, egli seppe introdurlo in Lombardia su larga scala, creando risaie un po’ ovunque, sapientemente irrigate. I raccolti di riso risultarono così abbondanti da vietare, mediante una specifica grida del 1490, qualsiasi importazione dall’Asia. E anche quando la carestia accennata del 1482 fece sentire i suoi pessimi effetti, facendo registrare un raccolto di frumento assai ridotto, il riso riuscì a far fronte, seppure in minima parte, alla carenza di grano.

Scriveva nel luglio di quell’anno un certo Antonio Trotti, molto vicino all’allora tredicenne Gian Galeazzo Maria, sotto la reggenza della madre Bona di Savoia: “ Ci si ritrova in grande carestia et penuria de frumento, che dà da pensare assai”. Fortunatamente, le cose andarono meglio l’anno successivo. Ripresero anche i commerci relativi al pesce salato, ai vini di lusso e ai liquori. Ovviamente, coloro che poterono consumare tali beni di consumo furono soltanto i signorotti del ducato, con esclusione o quasi dei cittadini.

Di notevole importanza risultarono le introduzioni del gelso e del baco da seta, effettuate a livello ufficiale da Ludovico il Moro, ma in realtà iniziate anni prima.

Nelle valli Morobbia, Dongo e Carvagna esistevano diverse miniere di ferro che cominciarono ad essere sfruttate in modo intensivo. Inutile aggiungere che la maggior parte del metallo ottenuto fosse destinato all’industria delle armi. Le fucine erano molto attive non solo a Milano, ma anche a Como e a Brescia.

A Milano, ove la popolazione in quegli anni raggiunse la presenza di 300mila cittadini, i vari mestieri si moltiplicavano: panettieri, muratori, osti, legnaioli, calderai, lavoratori del cuoio e delle pelli, tessitori in generale, tanto per citarne alcuni, erano sempre disponibili e trovavano lavoro. Anche i medici avevano il loro da fare tra un’epidemia e l’altra e suggerivano alla noblesse milanese (non certo ai poveri operai) di curare l’igiene del proprio corpo, di riscaldare le membra prima di uscire di casa e di preferire carni non grasse…

 

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