LA RICOSTRUZIONE DI MILANO DOPO I BOMBARDAMENTI

di Carlo Radollovich

La crisi che attualmente stiamo vivendo, pesante e difficile da sradicare, con molti disoccupati e tanti giovani alla ricerca del primo lavoro, richiama alla mente la disperazione di molti milanesi che avevano perso durante l’ultima guerra non soltanto la propria occupazione, ma anche le loro case, spesso ridotte ad un cumulo di macerie. La città, subito dopo la Liberazione, si presentava in ginocchio: infatti, tonnellate di bombe l’avevano ferita gravemente.

Tuttavia, molti non si fecero prendere dallo sconforto e il Comune si adoperò con tutte le sue forze per ridare ai cittadini almeno una parte di ritrovato comfort. Anzitutto, nell’arco di circa dieci mesi, tutte le macerie e i detriti accumulatisi negli spazi pubblici, vennero completamente rimossi. Molti demolitori erano stati alacremente all’opera per abbattere tronconi di muri pericolanti e faceva un certo effetto vederli lavorare, con il loro piccone, in precario equilibrio su alti spuntoni, senza alcuna protezione. Allo stesso tempo, si iniziava a restaurare gli ospedali (quello di Niguarda era ridotto veramente male), a riedificare le scuole, i mercati, a rinnovare il fondo di diverse strade che in certi punti ricordavano un immenso colabrodo.

Inoltre, si moltiplicavano le case prefabbricate in periferia e l’Istituto delle Case Popolari (ora Aler) gettava le basi per la costruzione di nuovi isolati. Molti anziani ricorderanno il Quartiere Svizzero sorto a Baggio e il Villaggio della Madre e del Fanciullo nel giardino di Palazzo Sormani. Le iniziative assistenziali come il “Fondo penicillina” si susseguivano, e qui nessun ammalato, povero o comunque privo di sostentamenti, veniva rifiutato. Insomma, con i pochi quattrini a disposizione, si organizzarono le prime Colonie di montagna e di mare per bambini gracili (erano molti, dopo i numerosi patimenti subiti durante il conflitto), si avviarono lavori di ripristino di tipo didattico, artistico e sportivo, si riedificarono le piscine (la Cozzi si presentava particolarmente ferita), si ricostituì il Giardino Zoologico, si lavorava al Velodromo Vigorelli inserendo una pista in legno completamente nuova.

Ma il momento più toccante, segno di una ripresa che ormai si poteva quasi toccare con mano, fu l’inaugurazione della Scala, l’11 maggio 1946, con un indimenticabile concerto diretto da Arturo Toscanini. Il teatro era stato rifatto rispettando con piena fedeltà lo stile originario. Alla fine di quello stesso anno, a seguito di centinaia di progetti comunali, si notarono in città impalcature dappertutto e, ai primi del 1947, ventimila locali potevano già essere assegnati. Un’ottima pagella per Milano giungeva in occasione dell’inaugurazione della Fiera (1947): il presidente De Nicola comunicava al mondo imprenditoriale, e non solo, che la nostra città era assolutamente all’avanguardia della ricostruzione italiana.

I tempi sono cambiati e in questi momenti non abbiamo necessità di erigere muri, ma di guarire finanziariamente la nostra economia dopo anni di degrado. Se tuttavia la buona volontà non verrà a mancare e la conquista dei più prestigiosi mercati internazionali ci sorreggerà entro tempi ragionevolmente brevi, potremo osservare il sorgere di quella sospirata rinascita che i nostri padri del dopoguerra riuscirono ad assaporare.

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