PIF E L’ARTE CONTEMPORANEA: UN BEL MATCH!

In margine al convegno “Modi di vedere. Forme di divulgazione artistica nella televisione italiana”, svoltosi ieri alla triennale, è stato invitato anche Pierfrancesco Diliberto, l’ormai noto Pif, regista del recente e controverso film “La mafia uccide solo d’estate”, e conduttore televisivo per MTV della rubrica “Il testimone”, in cui ha affrontato il tema dell’arte.

Serena Danna, giornalista del “Corriere della Sera” che ha posto le domande non ha avuto vita facile. Pif, lo conosciamo tutti, risponde in modo arruffato, confuso, dimentica nomi, dati, cose, personaggi, anche quelli di cui si è occupato direttamente.

Dietro quel sorriso imbarazzato, da scolaro sorpreso impreparato dalla maestra, dietro quel suo atteggiamento umile (forse troppo), che rappresenta la cortina fumogena necessaria ad esprimere senza reticenze la sua ignoranza, sbandierata e orgogliosa, c’è un personaggio tipico dei nostri tempi. E, anche se sarei tentato, non mi permetto di giudicarlo. Abbiamo bisogno della mediocrità trionfante (Umberto Eco l’aveva capito), ci fa sentire meglio, meno stupidi e meno banali. Ma non vorrei sembrare troppo severo. Qualche merito Pif ce l’ha. Nei suoi documentari, anche se il suo faccione è quasi sempre in primo piano, cerca di annullarsi per diventare la parte di ognuno di noi più ingenua, senza tema di apparire, il più delle volte sempliciotto, credulone, sprovveduto, ridicolo. E noi, ammettiamolo, ci riconosciamo in lui. Ognuno di noi ha una sua personale e ben celata “raccolta di figuracce” e vedersele riproporre ha un indubbio valore catartico.

Con l’arte contemporanea Pif però parte avvantaggiato. Ammetto che spesso anch’io di fronte a certe opere contemporanee mi sono sentito un cretino o, al contrario, ho avuto il desiderio di mandare a quel paese l’artista e tutto il suo entourage. Col tempo, lo confesso, ha prevalso il secondo sentimento. Ma lui è testardo, oltre che umile, e riconoscendo la propria inferiorità, ha il coraggio (ci vuole coraggio per farlo!) di chiedere, ad esempio, a Martin Creed: “Perché ha realizzato la sua opera” (accende e spegne la luce in una stanza vuota). La risposta è fulminante (aggettivo voluto, visto che si tratta di lampadine!): “Non sapevo cosa fare…”. C’è davvero la sensazione di essere presi in giro e la voglia a stento trattenuta di rispondere per le rime.

Ma Pif sa stare al gioco. Sorride imbarazzato, non commenta, non vuole apparire né populista né troppo snob, dice. Non cade nell’errore di pronunciare la fatidica frase: “Ma questo lo posso fare anch’io”. E, se la pronuncia, qualcuno gli risponde serio: “Provaci!”, “Se la cosa interessa vai avanti, altrimenti lasci perdere!” Forse, abbiamo scoperto dove sta la democrazia. O l’illusione di essa. Nell’idea che se ci proviamo, anche noi possiamo riuscire a diventare grandi artisti, anche se non valiamo proprio nulla. Alla fine, Pif prova a lasciarci la chiave interpretativa per capire l’arte contemporanea: “Se un’opera ti comunica qualcosa va bene, altrimenti lascia perdere!”. Ingenuo o profondo? Oppure anche lui ci sta prendendo in giro?

Ugo Perugini

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