Ritorno all’adolescenza

090313_1327_libri1Il filo della penna d’oro che lega tutto il romanzo di Paolo Fabbri è, ad essere sinceri, piuttosto esile. In pratica, il pretesto per scoprire chi, tra gli amici del protagonista ai tempi del liceo, gli ha rubato questo prezioso oggetto che gli apparteneva è la “trovata” letteraria per far ripercorrere ad ognuno di loro quei lontani periodi dell’adolescenza, e, quindi, scoprire il colpevole del furto. In altri termini, un modo per l’Autore di rievocare ricordi dell’adolescenza trascorsi tra avventure, giochi, feste, innamoramenti. Nulla di nuovo, in realtà.

L’Autore, per fortuna, ci grazia di atteggiamenti troppo nostalgici e melensi in cui sarebbe facile cadere rievocando i “bei tempi passati”, ma si imbatte, per così dire, nel difetto opposto: la sua prosa ha un carattere fortemente denotativo. Sembra, in altri termini, di leggere dei resoconti, delle relazioni scritte in un buon italiano ma fredde, esplicative, attraverso le quali si cerca per ogni cosa un senso compiuto e una spiegazione, dimenticandosi che fare narrativa è essere capaci di evocare, di creare delle atmosfere. Cosa che non si ottiene usando le parole precise e i termini tecnici.

Non mancano però squarci interessanti, da cui emerge la vita di provincia (quella ferrarese) nell’ambito di  famiglie di estrazione borghese, un po’ sonnolenta, senza troppi slanci e qualche ipocrisia, ma piacevole come certe atmosfere ormai irrimediabilmente perdute.

Ugo Perugini

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