Lampedusa: l’amara testimonianza di un lamedusano

Sono trascorsi due mesi dalla tragedia del naufragio di Lampedusa e restano impresse nel nostro cuore le immagini delle emittenti televisive. Ancora più viva è la memoria della tragica realtà vissuta direttamente dai cittadini di Lampedusa. Il signor Costantino Amico, un ex cittadino della Zona 8, dal 1990 si era trasferito con sua moglie a Lampedusa. Lì gestisce il suo studio grafico-pubblicitario e tipografico. In questi giorni ho potuto incontrarlo a Milano e gli ho posto alcune domande su quella tragedia.

Quale cittadino di Lampedusa, come ha vissuto quella particolare esperienza?

Anch’io, come gli altri cittadini, ho vissuto in maniera drammatica la tragica situazione. Per la prima volta, noi lampedusani venivamo a contatto diretto con la morte, con la visione di tanti cadaveri e con l’amarezza di non aver potuto salvare altre persone, pur essendo poco distanti dalla terra ferma.

Signor Costantino, vuole raccontarci una sua esperienza personale?

Il mio ufficio è situato in centro. Dopo qualche giorno, due adolescenti, davanti al mio studio, mi riferivano in perfetto inglese di avere perso in mare i telefonini. Mi chiedevano pertanto di poter utilizzare il computer e prendere contatto con gli amici residenti nel nord Europa. Gli mettevo a disposizione quanto necessario e riuscivano a comunicare con loro e poco dopo anche con i genitori in Etiopia, rassicurandoli sul loro salvataggio.

Con riferimento alle cronache giornalistiche del 2011, quando nell’isola approdò un alto numero di emigranti, ci fu una reazione negativa a tali sbarchi da parte dei lampedusani. Adesso, per contro, vi siete tutti prodigati nel prestare soccorso. Perché?

Allora, tantissimi immigrati nelle vie e nelle spiagge di Lampedusa, causarono il crollo di presenze dei turisti, con conseguenti problemi economici. Lampedusa viveva e vive di turismo pertanto ha sempre bisogno di ospiti. Adesso è stato diverso: una tragedia così grande ha sconvolto tutti.

Lei conosce molti pescatori. Cosa ci può dire di loro?

Il naufragio del 3 ottobre ha lasciato una ferita ancora aperta poiché il lampedusano era abituato a vivere la propria quotidianità molto tranquilla. Invece, in quei giorni, hanno osservato con raccapriccio la morte di tante persone, compresi moltissimi giovani. Oggi i pescatori provano ancora terrore nell’uscire dal porto, temendo di avvistare altri cadaveri.

Signor Costantino, ha qualche altro episodio da riferire?

L’isola, nei giorni successivi, si riempiva di tantissimi parenti dei naufraghi in cerca del proprio caro. Dopo circa una settimana, si presentò nel mio ufficio una ragazza in lacrime. Piangeva i suoi fratelli morti, uno di 17 e l’altro di 20 anni. Mi chiese di scaricare tramite facebook le loro foto, cosa che feci, io approntai le due immagini con una croce e una preghiera in inglese. Erano cattolici di nazionalità eritrea.

Come vedono oggi i lampedusani l’operazione “Mare nostrum” e il programma Frontex ?

Senz’altro queste operazioni militari hanno ridotto un poco il fenomeno dell’emigrazione. Se potessi fare una battuta, direi “mare mossum” (“mare ventis agitatum”, in latino corretto) osservando che il flusso d’immigrati è ora ridotto grazie anche al mare mosso e alle precarie condizioni meteorologiche.

Antonio Barbalinardo

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